Benito Mussolini.
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La marcia su Roma.
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1983. Edizioni La Fenice, FIRENZE, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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Indice.
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IL PRIMO DISCORSO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI.
DISCIPLINA.
FATTO COMPIUTO. 
IL PARTITO FASCISTA.
DISCIPLINA.
GOVERNO.
PER LA VERA PACIFICAZIONE.
UNO STILE.
PROGRAMMA.
LA GALLERIA DEI REDENTORI.
PREFAZIONE AL PROGRAMMA.
CONSUNTIVO.
VERSO L' EPILOGO.
L'INDIRIZZO POLITICO DEL PARTITO NAZIONALE FASCISTA.
POLITICA INTERNA DOPO LA VISITA.
PASSATO E AVVENIRE.
L' ULTIMO DISCORSO DAL BANCO DI DEPUTATO.
NOI E IL PARTITO POPOLARE.
LA SITUAZIONE POLITICA IN ITALIA.
CREPUSCOLI.
LA FU ALLEANZA DEL LAVORO.
LA FIUMANA.
DISCIPLINA ASSOLUTA!
L'AZIONE E LA DOTTRINA FASCISTA.
DINNANZI ALLE NECESSITA STORICHE DELLA NAZIONE.
DISCORSO DI CREMONA.
DAL MALINCONICO TRAMONTO LIBERALE ALL'AURORA FASCISTA DELLA NUOVA ITALIA.
CIRCOLO VIZIOSO.
ESERCITO E FASCISMO.
IL DISCORSO DI NAPOLI.
LA SITUAZIONE.
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Fine Indice.
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IL PRIMO DISCORSO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI.
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(Segni di attenzione). Non mi dispiace, onorevoli colleghi, di iniziare il mio discorso da quei banchi dell'estrema destra, dove, nei tempi in cui lo spaccio della bestia trionfante aveva le sue porte spalancate ed un commercio avviatissimo, nessuno osava pi sedere.
Vi dichiaro subito, con quel sovrano disprezzo che ho di tutti i nominalismi, che sosterr nel mio discorso tesi reazionarie.
Sar quindi il mio un discorso non so quanto parlamentare nella forma, ma nettamente antidemocratico e antisocialista nella sostanza (approvazioni all'estrema destra); e quando dico antisocialista, intendo dire anche antigiolittiano (ilarit), perch non mai come in questi giorni fu assidua la corrispondenza d'amorosi sensi tra l'onorevole Giolitti e il Gruppo parlamentare socialista. Oso dire che fra di essi esiste il broncio effimero degli innamorati, non gi l'irreconciliabilit irreparabile dei nemici.
Ci non ostante ho la immodestia di affermare che il mio discorso pu essere ascoltato con qualche utilit da tutti i settori della Camera. In primo luogo dal Governo, il quale si render conto del nostro atteggiamento verso di lui; in secondo luogo dai socialisti, i quali, dopo sette anni di fortunose vicende, vedono innanzi a s, nell'atteggiamento orgoglioso dell'eretico, l'uomo che essi espulsero dalla loro chiesa ortodossa. D'altra parte essi mi ascolteranno perch, avendo io tenuto nel pugno le vicende del loro movimento per due anni, forse nel loro cuore sono anche delle segrete nostalgie. (Commenti).
Potr essere ascoltato con interesse anche dai popolari e da tutti gli altri gruppi e partiti. Infine, poich io mi riprometto di precisare alcune posizioni politiche, e oserei dire storiche, di quel movimento cos complesso e cos forte che si chiama fascismo, pu darsi che il mio discorso provochi conseguenze politiche degne di qualche rilievo.
Vi prego di non interrompermi, perch io non interromper mai nessuno; e aggiungo fin da questo momento che far un uso assai parco in questo ambiente della mia libert di parola.
E vengo all'argomento.
Nel discorso della Corona, voi, onorevole Giolitti, avete fatto dire al sovrano che la barriera alpina  tutta in nostro potere. Io vi contesto l'esattezza geografica e politica di questa affermazione. A pochi chilometri da Milano, noi non abbiamo ancora, a difesa di tutta la Lombardia e di tutta la valle del Po, la barriera alpina. Tocco un tasto molto delicato; ma d'altra parte in questa Camera e fuori tutti sanno che nel Canton Ticino, che si sta tedeschizzando e imbastardendo, affiora un movimento di avanguardie nazionali, che io segnalo e che noi fascisti seguiamo con viva simpatia.
Che cosa fa il Governo presente per difendere la barriera alpina al Brennero e al Nevoso? La politica seguita da questo Governo, per ci che riguarda l'Alto Adige,  quanto di pi lacrimevole si possa immaginare.
L'onorevole Credaro avr i numeri per governare un asilo infantile (ilarit), ma io nego recisamente che abbia le qualit necessarie e sufficenti per governare una regione mistilingue dove il contrasto delle razze  antico e acerbissimo.
Altro responsabile della situazione difficile che gli italiani hanno nell'Alto Adige  il signor Salata. Egli ha regalato il collegio di Gorizia agli sloveni e ha regalato quattro deputati tedeschi alla Camera italiana.
Del resto, l'onorevole Credaro appartiene a quella categoria di personaggi, pi o meno rispettabili, che sono schiavi dei cosiddetti immortali princip, i quali consistono nel ritenere che ci sia un solo Governo buono in questo mondo, che esso sia applicabile a tutti i popoli, in tutti i tempi, in tutte le parti del mondo.
Mi permetto di esporre alla Camera i risultati di una mia inchiesta personale sulla situazione dell'Alto Adige.
Il movimento politico antitaliano nell'Alto Adige  monopolizzato dal Deutscher Verband, il quale  la emanazione dell'Andreas Hoferbund, che ha sede a Monaco, e che rivendica quale confine tedesco non gi la stretta di Salorno, ma la Bern Clause o chiusa di Verona.
Ora il signor Credaro  responsabile della propaganda pangermanista nell'Alto Adige, perch ha avallato, prefazionandolo, un libro dove si dice che il confine naturale della Germania  ai piedi delle Alpi, verso la valle del Po.
Nei primi tempi, immediatamente dopo l'armistizio, della occupazione militare, il movimento italofobo non fu possibile, ma da quando per somma sventura sulla seggiola di governatore si pose l'onorevole Credaro, i rapporti cambiarono immediatamente; e alla sottomissione sorniona si sostitu l'insolente arroganza di gente che negava la disfatta austriaca e covava nell'animo le ardenti nostalgie degli Absburgo. La fiera campionaria fu voluta dalla Camera di commercio di Bolzano, nido di pangermanisti, con esclusione di ditte italiane, tanto vero che gli inviti furono fatti solo in lingua tedesca e durante il periodo della fiera una banda bavarese in costume suon continuamente.
Vengo ai fatti del 24 aprile, quando una bomba fascista, giustamente collocata a scopo di rappresaglia e per la quale rivendico la mia parte di responsabilit morale (vive approvazioni, commenti), segn il limite al di l del quale il fascismo non intende che vada l'elemento tedesco.
La manifestazione del 24 aprile nel Tirolo non era che una manifestazione simultanea al plebiscito che in quel giorno oltre il Brennero era stato indetto.
Perch, nell'Alto Adige, i pangermanisti ricorrono a questo sottile trucco: di far coincidere le stesse manifestazioni sotto veste diversa. Cos quando oltre Brennero si fecero le cerimonie di lutto per la perdita dell'Alto Adige, di qua del Brennero si commemor con altrettanta manifestazione il lutto per la morte dei caduti di guerra per l'Austria-Ungheria!
Del resto, quando i fascisti si presentarono a Bolzano, trovarono una polizia con tanto di elmo e fiocco; e quando furono arrestati, l'istruttoria fu affidata al conte Breitemberg, il quale  notoriamente socio della Deutscher Verband.
Non vi voglio intrattenere sui casi di Mamelter perch formano un capitolo da romanzo; ma non posso rinunciare a citarvi un episodio curiosissimo.
Il commissario di Merano si reca al comune di Maia Alta, ed  ricevuto non gi al municipio, ma in una stamberga nella quale si sono radunati il sindaco ed i consiglieri. Il commissario legge la formula del giuramento, il sindaco ed i consiglieri immediatamente si mettono a sedere, si coprono il capo e scoppiano in una grande risata. Il commissario non si  ancora rimesso dalla sorpresa che il sindaco, levatosi in piedi, con una valanga d'insulti lancia ingiurie al re, alla monarchia, all'Italia e al commissario. Questi ritorna a Merano e domanda a Trento lo scioglimento di quel Consiglio; ma interviene il Deutscher Verband presso il governatore. E Salata restituisce il rapporto scrivendo al commissario che non  bene fare dell'irredentismo. E la rappresentanza del Comune rimase quale era!
Da quando Credaro sgoverna nell'Alto Adige la bilinguit  totalmente scomparsa. Il Perathoner, che non  altro che un Pierantoni, rinnegato italiano diventato tedesco, si rifiuta di accettare la deposizione che egli stesso invita a fare sui fatti del 24 aprile, perch narrata e scritta in italiano. Sono piccoli episodi analitici, ma che danno il panorama della situazione.
A Malgr, l'italofobo Dorsi don Angelo, presidente del Circolo giovanile cattolico di San Stefano, fa cacciare da questo una decina di giovani perch hanno presentato a lui domande scritte in italiano, ed afferma che la lingua italiana non serve per i suoi uffici: l'italiano tenetevelo per voi! Ci evidentemente  fatto allo scopo di alterare i documenti e di ritardare i pagamenti delle pensioni a coloro che ne hanno diritto. E a presidente della Corte di Appello di Trento, redenta, italiana, tra tutti i concorrenti si  scelto un tale che nel 1915 si dimise da magistrato per poter correre volontario, come Kaiserjger, a servizio dell'Austria-Ungheria! Costui oggi amministra giustizia nel nome dell'Italia! (Commenti).
Credete che le comunicazioni postali e telegrafiche dell'Alto Adige siano in mani italiane?  un errore,  una illusione: il Deutscher Verband ha in mano tutte le comunicazioni e ne dispone a piacimento. Il 24 aprile, per quanto giorno festivo, i pangermanisti e i capi del movimento di Innsbruck erano informati minuto per minuto dello svolgersi dei fatti di Bolzano.
A Innsbruck, cinque minuti dopo l'incidente, si conosceva la portata di esso in tutti i suoi particolari, mentre venivano tagliate tutte le comunicazioni colle autorit civili e militari e per quasi ventiquattro ore isolate completamente da Trento e dal resto d'Italia.
Questa  la situazione.
Ma a questo punto io debbo chiamare in causa l'onorevole Luigi Luzzatti. Io l'ho gi chiamato in causa sul mio giornale; ma siccome quest'uomo appartiene alla specie dei padri eterni pi o meno venerabili e venerandi, non si  degnato ancora di rispondere. Ora io spero che, chiamandolo in causa alla tribuna parlamentare, si decider di rispondere ad un quesito, che gli pongo nella maniera pi chiara e categorica.
Il Nuovo Trentino, un giornale molto serio che esce a Trento, il 27 maggio scrive:
"L'onorevole Luigi Luzzatti, cavaliere della SS. Annunziata, relatore della Commissione parlamentare che esamin ed approv il trattato di San Germano, disse in presenza di Salata, del barone Toggenburg, gi ministro austriaco di Francesco Giuseppe, del tenente austriaco Reuth Nicolussi: "Avere scritto nella relazione al Parlamento il passo riguardante l'autonomia dell'Alto Adige, aggiungendo per essere sua opinione personale che la regione tedesca dell'Alto Adige avrebbe fatto bene a non mandare alcun deputato al Parlamento di Roma, giacch essa avrebbe avuto poi, s'intende dall'Italia, istituzioni proprie e una propria rappresentanza politica, rimanendo cos a suo agio unita all'Italia fino a che avesse potuto ricongiungersi alla sua nazione"".
Ora noi contestiamo a Luigi Luzzatti, fosse egli anche pi sapiente o pi grande di quello che in realt non sia, il diritto di disporre del territorio italiano. (Approvazioni, commenti).
E allora, signori del Governo, per la situazione dell'Alto Adige, noi vi domandiamo queste immediate misure:
Lo sfasciamento di ogni forma, anche esteriore, che ricordi la monarchia austro-ungarica. Perch  inutile, onorevole Sforza, fare dei patti per tutti gli eredi austriaci, pi austriaci dell'Austria, per impedire il ritorno degli Absburgo, quando noi lasciamo intatta gran parte dell'Austria dentro i nostri confini.
Scioglimento del Deutscher Verband.
Deposizione immediata di Credaro e Salata. (Approvazioni all'estrema destra).
Provincia unica Tridentina con sede a Trento e stretta osservanza della bilinguit in ogni atto pubblico ed amministrativo.
Non so quali misure saranno adottate dal Governo, ma dichiaro qui, senza assumere pose solenni, e lo dichiaro ai quattro deputati tedeschi, che essi debbono dire e far sapere oltre Brennero che al Brennero ci siamo e ci resteremo a qualunque costo. (Applausi. Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, ministro dell'Interno: "Su questo siamo tutti d'accordo". Vivi applausi).
Prendo atto con molto piacere della dichiarazione esplicita, fattami in questo momento dal presidente del Consiglio.
Nel discorso della Corona si parla di Alpi che scendono al Carnaro. Ora si desidera sapere se queste Alpi comprendono Fiume o l'escludono.
Io deploro che nel discorso della Corona non ci sia stato un accenno all'azione esplicata da Gabriele d'Annunzio e dai suoi legionari (applausi all'estrema destra), senza la quale noi oggi saremmo col confine al Monte Maggiore e non gi al Nevoso.
Un tale accenno era generoso ed anche politicamente opportuno. Io non mi dilungo sul sacrificio della Dalmazia. Ne ha parlato ieri, con molta eloquenza, il mio amico onorevole Federzoni. Ma mi fa sorridere il discorso della Corona quando afferma che Zara deve rappresentare sull'altra sponda un faro di luce italiano. Zara  una citt assassinata di fronte al mare slavo, e al retroterra completamente slavo. C' a Zara oggi un Buonfanti Linares, che, se vi rimarr ancora, sar causa di fieri e seri incidenti.
Sempre in tema adriatico, o signori del Governo, non possiamo dimenticare, noi che parliamo per la prima volta in quest'aula, il contegno che avete tenuto di fronte all'impresa di Fiume; non possiamo dimenticare che voi avete attaccato Fiume alla vigilia di Natale, utilizzando anche i due giorni di sospensione di tutti i giornali; non possiamo dimenticare che avete imposto l'accettazione del trattato di Rapallo con un atto di violenza e di crudelt raffinata. Quando il 28 dicembre il generale Ferrario disse che "non poteva sospendere l'ordine di esecuzione di bombardamento, che avrebbe raso al suolo Fiume", quel generale e il Governo, che gli ordinava di agire in quel modo, si misero un poco fuori dai limiti della coscienza e della dignit nazionale. E non possiamo dimenticare nemmeno quel foglio riservatissimo numero 22 del generale Ferrario, in cui per il giorno di Natale si dava un soprassoldo, pi o meno lucroso, a soldati italiani, che andavano a combattere contro altri italiani. (Approvazioni a destra).
Avete posto un coltello al collo di Fiume, ma non avete risolto il problema di Fiume. Avete mandato l il comandante Foschini, con un piano diabolico di realizzare un Governo, che accetti i patti che sono stati convenuti col signor Quartieri a Belgrado, che accetti cio quel consorzio, che  la rovina, se non immediata, mediata del porto di Fiume, perch voi sapete che dopo dodici anni porto Baross e il Delta dovrebbero andare alla Jugoslavia, perch voi ora alla Jugoslavia l'avete gi consegnato e, se non l'avete consegnato, avreste dovuto fare gi delle dichiarazioni specifiche, che sono mancate.
Infine quali sono gli orientamenti della nostra politica estera di fronte a quel vasto focolare di discordie che il trattato di pace, o meglio i vari trattati di non pace, hanno lasciato in tutte le parti del mondo?
Non vi parlo del focolare di discordie greco-turche, quantunque esso possa avere delle complicazioni impensate, se  vero, come si dice, che Lenin  alleato di Kemal Pasci e manda gi le avanguardie degli eserciti rossi verso l'Asia Minore. Non vi parlo dell'Alta Slesia, perch non sono ancora riuscito a decifrare il punto di vista del nostro Governo. Non vi parlo degli avvenimenti di Egitto, ma non posso tacere sulla sorte che si prepara al Montenegro.
Come ha perduto la sua indipendenza il Montenegro? De jure non l'ha mai perduta; ma de facto l'ha perduta nell'ottobre 1918. E pure il conte Sforza mi insegna che l'indipendenza del Montenegro era completamente garantita dal patto di Londra del 1915, che prevedeva l'ingrandimento del Montenegro a spese dell'Austria e la restituzione di Scutari; dalle condizioni di pace esposte da Wilson agli Alleati, in cui l'esistenza indipendente del Montenegro veniva garantita come quella del Belgio e della Serbia; dalla decisione del Consiglio supremo della conferenza della pace del 13 gennaio 1919, nella quale si riconosceva al Montenegro il diritto di essere rappresentato da un delegato alla conferenza di Parigi. Non solo, ma quando Franchet d'Esperey and, con alcuni elementi francesi e serbi, in Montenegro, diede ad intendere che avrebbe governato in nome di Sua Maest re Nicola. Quando, per, re Nicola, la Corte ed il Governo intendevano riguadagnare la Montagna Nera, la Francia, che aveva tutto l'interesse di creare la grande Jugoslavia, per fare da contro-altare nell'Adriatico all'Italia, fece sapere al Governo del Montenegro che avrebbe rotto le relazioni diplomatiche se il re e la sua Corte fossero ritornati a Cettigne.
Quale  stata la politica italiana in questo frangente?
L'onorevole Federzoni ha ieri parlato di una convenzione, che  diventata uno straccio di carta, ed  la convenzione del 30 aprile 1919. In questa convenzione sono chiaramente stabiliti dei patti tra il Governo d'Italia e il Governo del Montenegro. E si dice precisamente:
"A seguito dell'accordo intervenuto fra il ministro italiano degli Affari Esteri e il Governo del Montenegro (dunque un Governo del Montenegro esisteva ancora in data 30 aprile 1919) rappresentato dal suo console generale in Roma, commendatore Ramanadovich, si costituir a Gaeta, per cura del Governo montenegrino, un nucleo di militari, ufficiali e truppa, tratti dai profughi montenegrini. Il Governo montenegrino ricever da quello italiano i fondi in danaro necessari per il pagamento degli assegni, truppa ed ufficiali".
Seguono altre condizioni, fra le quali l'ultima :
"La presente condizione non pu essere modificata che col pieno accordo tra il Governo italiano ed il Governo del Montenegro".
Ora questa convenzione  stata stracciata dopo la morte di Nicola del Montenegro. Si notarono sintomi di disgregazione in mezzo alle truppe montenegrine, ed il comando di queste truppe chiese organi militari al nostro Governo per procedere ad una epurazione. Fu nominata una commissione, che venne presieduta dal colonnello Vigevano. La commissione, che doveva salvare dalla disgregazione l'esercito montenegrino, fu la causa principale della sua dissoluzione. Non solo, ma, in data 27 maggio, il conte Sforza mise nuovamente il coltello alla gola del Governo montenegrino dicendo: "O sciogliete le truppe o non vi dar pi i fondi per mantenere questi vostri soldati!".
E con ci il conte Sforza violava la convenzione 30 aprile 1919, perch in essa era detto: "La presente convenzione non pu essere modificata che di pieno accordo fra i due Governi".
Dunque decisione unilaterale, perch il Governo del Montenegro, rappresentato dal suo console generale in Roma, non l'aveva mai accettata.
Ma, infine, il conte Sforza si  giovato dell'esercito montenegrino per un calcolo politico. Agevolandone l'esistenza in Italia, il conte Sforza credeva di potere avere dei patti migliori dalla Jugoslavia. Questo non  avvenuto, ed in un dato momento l'esercito montenegrino  stato buttato sotto il tavolo, come una carta che non si poteva pi giuocare.
Il fatto nuovo, le elezioni della Costituente, non basta a giustificare l'abbandono tragico in cui l'Italia ha lasciato il Montenegro, perch solo il venti per cento degli elettori hanno partecipato alle elezioni, e solo il nove per cento ha votato per l'annessione alla Serbia. Le autorit serbe hanno instaurato nel Montenegro un regime di vero terrore e hanno impedito la presentazione di liste che contenessero nomi di candidati favorevoli all'indipendenza del Montenegro.
Ma non riteniate, onorevole Sforza, che la questione del Montenegro sia stata liquidata! Prima di tutto perch il popolo del Montenegro  ancora in armi contro la Serbia, e voi lo sapete; ed in secondo luogo perch il popolo italiano, per una volta tanto,  unanime in tale questione! Persino i socialisti, e lo dico a loro onore, parecchie volte nel loro giornale hanno dichiarato che la causa della indipendenza del Montenegro  sacrosanta. Le universit, da quelle di Bologna e di Padova, si sono pronunziate per la indipendenza del Montenegro.
Noi, fascisti, abbiamo presentato una mozione. Voi dovete riscattare la pagina vergognosa che avete scritto assassinando il popolo montenegrino, con l'accettare la nostra mozione.
Se voi l'accetterete, cio se voi porrete ancora la questione davanti alle grandi potenze, e se farete in modo che sia indetto un plebiscito, io sono certissimo che questo plebiscito, fatto in condizione di libert, dar dei risultati antiserbi.
Vengo ad un'altra questione, molto delicata.
 una questione che bisogna affrontare, prima di tutto perch la cronaca lo ha imposto, ed in secondo luogo perch, dopo l'allocuzione pontificia davanti al Concistoro segreto di giorni fa, non  pi possibile ignorare che esiste una questione della Palestina.
Bisogna scegliere; bisogna che il Governo abbia un suo punto di vista. O sceglie il punto di vista sionistico inglese, o sceglie il punto di vista di Benedetto XV.
Credo di non tediare la Camera ricordando brevemente i precedenti della questione.
Il 2 novembre 1917 il Governo inglese si dichiarava favorevole alla questione della creazione, in Palestina, di un focolare nazionale per il popolo ebraico, restando bene inteso che nulla sarebbe fatto che potesse recare offesa ai diritti civili e religiosi delle comunit non ebraiche esistenti in Palestina, e ai diritti ed agli istituti politici, di cui godono gli ebrei in tutte le altre nazioni del mondo. In un secondo tempo le potenze alleate hanno adottato questa dichiarazione. Finalmente con l'articolo 222 del trattato di pace, sottoscritto il 20 agosto 1920 a Svres, la Turchia rinunziava a tutti i suoi diritti sulla Palestina, e le potenze alleate sceglievano come mandataria l'Inghilterra.
Ora, mentre le nazioni civili dell'Occidente non hanno modificato il regime comune di libert per le diverse confessioni religiose, in Palestina  accaduto tutto il contrario, anche perch l'amministrazione di quello Stato in embrione  stata affidata all'organizzazione politica del sionismo.
Ma in Palestina ci sono seicentomila arabi, che vivono l da dieci secoli, e settantamila cristiani, mentre gli ebrei non arrivano che a cinquantamila. Si  cos determinata una situazione straordinariamente interessante. Gli ebrei autoctoni, che hanno vissuto per secoli e secoli all'ombra delle moschee di Gerusalemme, non possono soffrire gli elementi che vengono dalla Polonia, dall'Ucraina, dalla Russia, perch hanno delle arie straordinariamente emancipate; e quelli che sono immigrati si sono gi divisi in tre frazioni, una delle quali, che si chiama abbreviatamente Mopsi,  gi iscritta regolarmente come frazione comunista alla terza Internazionale di Mosca.
Apro una parentesi, per dire che non si deve vedere nelle mie parole alcun accenno ad un antisemitismo, che sarebbe nuovo in quest'aula. Riconosco che il sacrificio di sangue dato dagli ebrei italiani in guerra  stato largo e generoso, ma qui si tratta di esaminare una determinata situazione politica e indicare quali possono essere le direttive eventuali del Governo.
Ora in Palestina si  determinata l'alleanza tra cristiani ed arabi, si  formato il partito della conferenza di Giaffa, che si oppone colla guerra civile e col boicottaggio ad ogni immigrazione ebraica, ed il 1 maggio ed il 14 maggio si sono verificati disordini sanguinosi, in cui ci sono stati qualche centinaio di feriti e vari morti, tra i quali uno scrittore di una certa fama. Ora, a quanto si legge sul Bulletin du Comit des dlgations juives, a pagina 19, pare che il testo del mandato inglese per la Palestina debba essere sottomesso al Consiglio della Societ delle nazioni nella prossima riunione di Ginevra. Ed io desidererei che il Governo accettasse, in questa questione delicatissima, il punto di vista espresso dal Vaticano.
Ci  anche negli interessi degli ebrei, i quali, fuggiti ai pogroms dell'Ucraina e della Polonia, non devono incontrare i pogroms arabici della Palestina, ed anche perch non si determini nelle nazioni occidentali una penosa situazione giuridica per gli ebrei, in quanto, se domani gli ebrei fossero cittadini sudditi del loro Stato, potrebbero diventare immediatamente colonie straniere negli altri Stati.
Oh, io non voglio allargarmi in tema di politica estera, perch allora potrei navigare in alto mare e potrei domandare al conte Sforza qual' la posizione dell'Italia nei formidabili conflitti che si delineano nell'agone internazionale. Ma, in fondo, il conte Sforza fa una politica che  riflessa dai suoi lineamenti di un diplomatico blas (si ride).... dell'uomo che ha molto vissuto, che ha molto visto, del diplomatico di carriera, in fondo scettico e senza pathos. (Si ride).
Finch al Governo di Giolitti vi sia, titolare della politica estera, il conte Sforza, noi non possiamo che trovarci all'opposizione. (Commenti).
Passo alla politica interna. Vengo cio a precisare la posizione del fascismo di fronte ai diversi partiti.
(Segni di attenzione).
Comincio dal Partito Comunista.
Il comunismo, l'onorevole Graziadei me lo insegna,  una dottrina che spunta nelle epoche di miseria e di disperazione. (Commenti).
Quando la somma dei beni  decimata, il primo pensiero che balza alla mente degli umani  quello di mettere tutto in comune, perch ce ne sia un po' per tutti. Ma questa non  che la prima fase del comunismo, la fase del consumo; dopo vi  la fase della produzione, che  enormemente difficile, tanto difficile che quel grande, quel formidabile artista (non gi legislatore) che risponde al nome di Vladimiro Uljanov Lenin, quando ha dovuto foggiare il materiale umano, si  accorto che esso  pi refrattario del bronzo e del marmo. (Approvazioni, commenti).
Conosco i comunisti. Li conosco perch parte di loro sono i miei figli.... intendiamoci.... spirituali (ilarit, commenti; presidente: "non  ammessa la ricerca della paternit, onorevole Mussolini!"; si ride).... e riconosco con una sincerit che pu parere cinica, che io per primo ho infettato codesta gente, quando ho introdotto nella circolazione del socialismo italiano un po' di Bergson mescolato a molto Blanqui.
C' un filosofo al banco dei ministri, ed egli certamente m'insegna che le filosofie neo-spiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo fra la metafisica e la lirica, sono perniciosissime per i piccoli cervelli. (Ilarit).
Le filosofie neo-spiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al palato.... ma bisogna digerirle! (Ilarit).
Codesti miei amici o nemici.... (Voci all'estrema sinistra: "Nemici! Nemici!").
Questo  pacifico, dunque!... Codesti miei nemici hanno mangiato Bergson a venticinque anni e non lo hanno digerito a trenta.
Mi stupisco molto di vedere tra i comunisti un economista della forza di Antonio Graziadei, col quale io ho lungamente polemizzato quando egli era ferocemente riformista.... (ilarit) e aveva buttato sotto il tavolo Marx e le sue dottrine. Finch i comunisti parleranno di dittatura proletaria, di repubbliche pi o meno federative, dei Sovits, e di simili pi o meno oziose assurdit, fra noi e loro non ci potr essere che il combattimento. (Interruzioni all'estrema sinistra, commenti, rumori. Presidente: "Non interrompano! Lascino parlare!").
La nostra posizione varia quando ci poniamo di fronte al Partito Socialista. Anzitutto ci teniamo bene a distinguere quello che  movimento operaio da quello che  partito politico. (Commenti all'estrema sinistra).
Non sono qui per sopravalutare l'importanza del movimento sindacale. Quando si pensi che i lavoratori del braccio sono sedici milioni in Italia, dei quali appena tre milioni sindacati, e sindacati in una Confederazione Generale del Lavoro, in una Unione sindacale italiana, in una Unione italiana del lavoro, in una Confederazione dei sindacati economici italiani, in una Federazione bianca e in altre organizzazioni, che non sono in questo quadro, e queste organizzazioni aumentano o diminuiscono secondo i momenti; quando pensate che i veramente evoluti e coscienti, che si propongono di creare un tipo di civilt, sono un'esigua minoranza, avete subito l'impressione che noi siamo nel vero quando non sopravalutiamo l'importanza storica del movimento operaio.
Riconosciamo, per, che la Confederazione Generale del Lavoro non ha tenuto di fronte alla guerra il contegno di ostilit tenuto da gran parte del Partito Socialista Ufficiale.
Riconosciamo anche che, attraverso la Confederazione Generale del Lavoro, si sono espressi dei valori tecnici di prim'ordine; e riconosciamo ancora che, per il fatto che gli organizzatori sono a contatto diuturno e diretto con la complessa realt economica, sono abbastanza ragionevoli. (Interruzioni all'estrema sinistra, commenti).
Noi, e qui ci sono dei testimoni che possono dichiararlo, non abbiamo mai preso aprioristicamente un atteggiamento di opposizione contro la Confederazione Generale del Lavoro. (Voci all'estrema sinistra: "Voi bruciate le Camere del Lavoro!". Commenti. Presidente: "Facciano silenzio! Poi parleranno! Avranno diritto di parlare!").
Aggiungo che il nostro atteggiamento verso la Confederazione Generale del Lavoro potrebbe modificarsi in seguito, se la Confederazione stessa - ed i suoi dirigenti lo meditano da un pezzo - si distaccasse (commenti) dal Partito politico Socialista, che  una frazione di tutto il socialismo politico, e che  costituito da gente che forma i quadri e che ha bisogno, per agire, delle grosse forze, rappresentate dalle organizzazioni operaie.
Ascoltate, del resto, quello che sto per dire. Quando voi presenterete il disegno di legge delle otto ore di lavoro, noi voteremo a favore. (Commenti all'estrema sinistra, interruzioni).
Non ci opporremo e voteremo anzi a favore di tutte le misure e dei provvedimenti che siano destinati a perfezionare la nostra legislazione sociale. Non ci opporremo nemmeno ad esperimenti di cooperativismo. Per vi dico subito che ci opporremo con tutte le nostre forze a tentativi di socializzazione, di statizzazione, di collettivizzazione! (Commenti). Ne abbiamo abbastanza del socialismo di Stato! (Applausi all'estrema destra e su altri banchi, commenti all'estrema sinistra, interruzioni). E non desisteremo nemmeno dalla lotta, che vorrei chiamare dottrinale, contro il complesso delle vostre dottrine, alle quali neghiamo il carattere di verit e soprattutto di fatalit.
Neghiamo che esistano due classi, perch ne esistono molte di pi (commenti); neghiamo che si possa spiegare tutta la storia umana col determinismo economico. (Applausi all'estrema destra, approvazioni).
Neghiamo il vostro internazionalismo, perch  una merce di lusso (commenti all'estrema sinistra), che pu essere praticata solo nelle alte classi, mentre il popolo  disperatamente legato alla sua terra nativa. (Applausi all'estrema destra).
Non solo, ma noi affermiamo, e sulla scorta di una letteratura socialista recentissima che voi non dovreste negare (commenti), che comincia adesso la vera storia del capitalismo, perch il capitalismo non  solo un sistema di oppressione, ma  anche una selezione di valori, una coordinazione di gerarchie, un senso pi ampiamente sviluppato della responsabilit individuale. (Approvazioni). Tanto  vero che Lenin, dopo aver istituito i Consigli di fabbrica, li ha aboliti e vi ha messo i dittatori; tanto  vero che, dopo aver nazionalizzato il commercio, egli lo ha ricondotto al regime di libert; e (lo sapete voi, che siete stati in Russia), dopo avere soppresso, anche fisicamente, i borghesi, oggi li chiama da tutti gli orizzonti, perch senza il capitalismo, senza i suoi sistemi tecnici di produzione, la Russia non si rialzerebbe mai pi. (Applausi all'estrema destra, commenti).
E permettetemi che vi parli con franchezza, e vi dica quali sono stati gli errori che avete commesso immediatamente dopo l'armistizio.
Errori fondamentali, che sono destinati a pesare sulla storia della vostra politica: voi avete prima di tutto ignorato e disprezzato le forze superstiti dell'interventismo. (Approvazioni). Il vostro giornale si copr di ridicolo, tanto che per mesi non ha mai fatto il mio nome, come se con questo fosse possibile eliminare un uomo dalla vita o dalla cronaca. (Commenti). Voi avete incanaglito nella diffamazione della guerra e della vittoria. (Vive approvazioni all'estrema destra). Avete agitato il mito russo, suscitando una aspettazione messianica enorme. (Approvazioni all'estrema destra). E solo dopo, quando siete andati a vedere la realt, avete cambiato posizione con una ritirata strategica pi o meno prudente! (Si ride). Solo dopo due anni vi siete ricordati di mettere accanto alla falce, nobilissimo strumento, e al martello, altrettanto nobile, il libro ("bravo!"), che rappresenta l'imponderabile, i diritti dello spirito al disopra della materia, diritti che non si possono sopprimere o negare ("bene! bravo!"), diritti che voi, che vi ritenete alfieri di una nuova umanit, dovevate per i primi incidere nelle vostre bandiere! (Vivi applausi all'estrema destra).
E vengo al Partito Popolare. (Commenti).
Ricordo ai popolari che nella storia del fascismo non vi sono invasioni di chiese, e non c' nemmeno l'assassinio di quel frate Angelico Galassi, finito a revolverate ai piedi di un altare. Vi confesso che c' qualche legnata (commenti) e che c' un incendio sacrosanto di un giornale, che aveva definito il fascismo una associazione a delinquere. (Commenti, interruzioni al centro, rumori).
Il fascismo non predica e non pratica l'anticlericalismo. Il fascismo, anche questo si pu dire, non  legato alla massoneria, la quale in realt non merita gli spaventi da cui sembrano pervasi taluni del Partito Popolare. Per me la massoneria  un enorme paravento dietro al quale generalmente vi sono piccole cose e piccoli uomini. (Commenti, si ride). Ma veniamo ai problemi concreti.
Qui  stato accennato al problema del divorzio. Io, in fondo in fondo, non sono un divorzista, poich ritengo che i problemi di ordine sentimentale non si possono risolvere con formule giuridiche; ma prego i popolari di riflettere se sia giusto che i ricchi possano divorziare, andando in Ungheria, e che i poveri diavoli siano costretti qualche volta a portare una catena per tutta la vita.
Siamo d'accordo con i popolari per quel che riguarda la libert della scuola; siamo molto vicini ad essi per quel che riguarda il problema agrario, per il quale noi pensiamo che, dove la piccola propriet esiste,  inutile sabotarla, che dove  possibile crearla,  giusto crearla, che dove non  giusto crearla perch sarebbe antiproduttiva, allora si possono adottare forme diverse, non esclusa la cooperazione pi o meno collettivista. Siamo d'accordo per quel che riguarda il decentramento amministrativo, con le dovute cautele: purch non si parli di federalismo e di autonomismo, perch dal federalismo regionale si andrebbe a finire al federalismo provinciale e cos via di seguito, per una catena infinita, l'Italia ritornerebbe a quella che era un secolo fa.
Ma vi  un problema che trascende questi problemi contingenti e sul quale io richiamo l'attenzione dei rappresentanti del Partito Popolare, ed  il problema storico dei rapporti che possono intercedere, non solo fra noi fascisti e il Partito Popolare, ma fra l'Italia e il Vaticano. (Segni di attenzione).
Tutti noi, che dai quindici ai venticinque anni, ci siamo abbeverati di letteratura carducciana, abbiamo odiato "una vecchia vaticana lupa cruenta", di cui parlava Carducci, mi pare, nell'ode A Ferrara; abbiamo sentito parlare di "un pontefice fosco del mistero", al quale faceva contrapposto un poeta "sacerdote dell'augusto vero, vate dell'avvenire"; abbiamo sentito parlare di una "tiberina, vergin di nere chiome", che avrebbe insegnato "la ruina di un'onta senza nome" al pellegrino avventuratosi verso San Pietro.
Ma tutto ci che, relegato nel campo della letteratura, pu essere brillantissimo, oggi a noi fascisti, spiriti eminentemente spregiudicati, sembra alquanto anacronistico.
Affermo qui che la tradizione latina e imperiale di Roma oggi  rappresentata dal cattolicismo. (Approvazioni).
Se, come diceva Mommsen, venticinque o trenta anni fa, non si resta a Roma senza una idea universale, io penso e affermo che l'unica idea universale che oggi esista a Roma,  quella che si irradia dal Vaticano. (Approvazioni).
Sono molto inquieto quando vedo che si formano delle Chiese nazionali, perch penso che sono milioni e milioni di uomini, che non guardano pi all'Italia e a Roma. Ragione per cui io avanzo questa ipotesi; penso anzi che, se il Vaticano rinunzia definitivamente ai suoi sogni temporalistici - e credo che sia gi su questa strada - l'Italia, profana o laica, dovrebbe fornire al Vaticano gli aiuti materiali, le agevolazioni materiali per scuole, chiese, ospedali o altro, che una potenza profana ha a sua disposizione. Perch lo sviluppo del cattolicismo nel mondo, l'aumento dei quattrocento milioni di uomini, che in tutte le parti della terra guardano a Roma,  di un interesse e di un orgoglio anche per noi che siamo italiani.
Il Partito Popolare deve scegliere: o amico nostro o nostro nemico o neutrale. Dal momento che io ho parlato chiaro, spero che qualche oratore del Partito Popolare parler altrettanto chiaro.
Quanto alla democrazia sociale, essa ci appare molto equivoca. (Si ride). Prima di tutto non si capisce perch si chiami sociale. Una democrazia  gi necessariamente sociale; pensiamo, perci, che questa democrazia sociale sia una specie di cavallo di Ulisse, che rechi nei suoi fianchi un uomo che noi combatteremo continuamente. (Commenti).
Sono all'ultima parte del mio discorso, e voglio toccare un argomento molto difficile, e che, dati i tempi,  destinato a richiamare l'attenzione della Camera. Parlo della lotta, della guerra civile in Italia.
Non bisogna prima di tutto esagerare, anche di fronte allo straniero, la vastit e le proporzioni di questa lotta. I socialisti hanno pubblicato un volume di trecento pagine; domattina ne esce uno nostro di trecento. D'altra parte tutte le nazioni d'Europa hanno avuto un po' di guerra civile. C' stata in Ungheria, c' stata in Germania, c' oggi in Inghilterra, sotto forma di un colossale conflitto sociale. C' stata anche in Francia, quando Jouhaux lanci le sue famose "ondate", che furono infrante da un Governo che aveva pi coraggio degli uomini che sono ora a quel posto.  inutile che Giolitti dica che vuole restaurare l'autorit dello Stato. Il compito  enormemente difficile, perch ci sono gi tre o quattro Stati in Italia, che si contendono il probabile, possibile esercizio del potere.
D'altra parte, per salvare lo Stato, bisogna fare un'operazione chirurgica. Ieri l'onorevole Orano diceva che lo Stato  simile al gigante Briareo, che ha cento braccia. Io credo che bisogna amputarne novantacinque; cio bisogna ridurre lo Stato alla sua espressione puramente giuridica e politica.
Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualit, una politica estera intonata alle necessit nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell'attivit privata dell'individuo. Se voi volete salvare lo Stato, dovete abolire lo Stato collettivista ("bene!"), cos come c' stato trasmesso per necessit di cose dalla guerra, e ritornare allo Stato manchesteriano.
La guerra civile si aggrava anche per questo fatto: che tutti i partiti tendono a formarsi, a inquadrarsi in eserciti; quindi l'urto, che se non era pericoloso quando si trattava di partiti allo stato di nebulosa,  molto pi pericoloso oggi che gli uomini sono nettamente inquadrati, comandati e controllati. D'altra parte  pacifico, ormai, che sul terreno della violenza le masse operaie saranno battute. Lo riconosceva molto giustamente Baldesi, ma non ne diceva la ragione profonda; ed  questa: che le masse operaie sono naturalmente, oserei dire santamente, pacifondaie, perch rappresentano sempre le riserve statiche delle societ umane, mentre il rischio, il pericolo, il gusto dell'avventura sono stati sempre il compito, il privilegio delle piccole aristocrazie. (Approvazioni all'estrema destra). E allora, o socialisti, se voi convenite e ammettete e confessate che su questo terreno noi vi batteremo (rumori all'estrema sinistra), allora dovete concludere che avete sbagliato strada. (Interruzioni all'estrema sinistra).
La violenza non  per noi un sistema, non  un estetismo, e meno ancora uno sport:  una dura necessit alla quale ci siamo sottoposti. (Commenti). E aggiungo anche che siamo disposti a disarmare, se voi disarmate a vostra volta, soprattutto gli spiriti.
Nell'Avanti! del 18 giugno, edizione milanese,  detto:
"Noi non predichiamo la vendetta, come fanno i nostri avversari. Pensiamo all'ascesa maestosa dei popoli e delle classi con opera pacifica e feconda pur nelle inevitabili, anzi necessarie, lotte civili. Se questo  il vostro punto di vista, o signori, sta a voi illuminare gli incoscienti e disarmare i criminali. Noi abbiamo gi detto la nostra parola, abbiamo gi compiuto la nostra opera".
Ora io ribatto che anche voi dovete illuminare gli incoscienti, che ritengono che noi siamo degli scherani del capitalismo, degli agrari e del Governo; dovete disarmare anche i criminali, perch abbiamo nel nostro martirologio 176 morti. Se voi farete questo, allora sar possibile segnare la parola "fine" al triste capitolo della guerra civile in Italia.
Non dovete pensare che in noi non vibrino sentimenti di umanit profonda. Noi possiamo dire come Terenzio: siamo umani e niente di quanto  umano ci  straniero.
Ma il disarmo non pu essere che reciproco. Se sar reciproco, si avverer quella condizione di cose che noi ardentemente auspichiamo, perch, andando avanti di questo passo, la nazione corre serio pericolo di precipitare nell'abisso. (Commenti).
Siamo in un periodo decisivo; lealt per lealt, prima di deporre le nostre armi, disarmate i vostri spiriti.
Ho parlato chiaro: attendo che la vostra risposta sia altrettanto alta e chiara.
Ho finito. (Vivissimi e reiterati applausi all'estrema destra, commenti prolungati, molte congratulazioni).
 DISCIPLINA
ROMA, 23, notte
Gli ultimi, tragici avvenimenti che da Viterbo a Sarzana hanno funestato la vita del fascismo italiano, rappresentano lo sbocco logico di una crisi che da alcuni mesi travaglia la nostra organizzazione: crisi di sviluppo e conseguentemente crisi di disciplina. Con lo sviluppo enorme preso dal nostro movimento sono confluiti nei Fasci migliaia di individui che hanno interpretato il fascismo come una difesa di determinati interessi personali e come una organizzazione delle violenze per la violenza.
Parecchie volte su queste colonne fu detto che la nostra violenza doveva essere cavalleresca, aristocratica, chirurgica, e quindi, in un certo senso, umana. Ma fu detto invano. Qua e l la violenza di individui e di gruppi fascisti ha assunto in questi ultimi tempi caratteri assolutamente antagonistici con lo spirito del fascismo. Lo sviluppo del movimento provocava la crisi della disciplina nella sua compagine. Per ovviare ai pericoli mortali di questa crisi, mortali per la nazione e per il fascismo, una serie di misure si imponeva e sono quelle che su mia proposta sono state accettate all'unanimit nell'ultima seduta del Consiglio nazionale. Dall'esito di queste misure, che dovranno essere immediatamente applicate, dipender il mio atteggiamento futuro. Nessuno, spero, vorr contestarmi il diritto di vigilare sulle sorti di un movimento che fu fondato da me e sorretto da me nei tempi felici e in quelli tempestosi. Si tratta di ristabilire prontissimamente il senso della disciplina individuale e collettiva, ricordando che in un paese come l'Italia, anarcoide nelle tendenze e negli spiriti, il fascismo si annunzi come un movimento di restaurazione della disciplina. Ora non si pu pretendere di imporre una disciplina alla nazione se non si  capaci dell'autodisciplina.
Una circolare a tutti i Fasci, che sar resa di pubblica ragione, perch siamo ancora troppo forti per masturbarci nelle ridicole clandestinit di Pulcinella, fissa le nuove, severe norme della nostra disciplina. Chi non le accetta, se ne andr. In Italia c' posto per tutti. Ma  necessario stabilire che le violenze di ordine individuale, quando non siano legittimate dalla difesa, non sono aristocratiche e quindi non sono fasciste.  necessario proclamare senza equivoci che, meno casi imprevedibili, non si deve rispondere con rappresaglie di ordine collettivo ad offese di ordine individuale, poich questa tattica ci ha enormemente danneggiato scatenando ondate di odio e di incomprensione contro di noi.  necessario subitissimo che i direttori dei Fasci rivedano con la massima diligenza il ruolino degli iscritti per allontanare senza remissione tutte le scorie, tutti gli incerti, tutti gli indisciplinati, tutti coloro, in una parola, che rappresentano una passivit per il fascismo.
 necessario che le funzioni delicatissime del comando delle squadre siano affidate ad uomini che abbiano attitudini al comando e cio sangue freddo, coraggio ed alto senso di responsabilit. Di altri provvedimenti minori non  il caso di parlare. Tutto ci  indipendente dal risultato delle trattative di pacificazione. Che si arrivi o no alla conclusione di queste trattative, i provvedimenti che abbiamo elencati si impongono.
I fascisti tutti comprendono la necessit di agire per ridare al nostro movimento la sua piena efficenza morale e materiale.
Nello stesso tempo l'adunata a Milano di tutta la stampa fascista, la utilizzazione dei deputati a scopo di propaganda, le adunate delle federazioni provinciali, serviranno a coordinare il nostro movimento.
Io ho piena fiducia che il fascismo italiano superer questa che non  una crisi tendenziale, come quelle che affliggono perennemente i partiti dogmatici, ma una crisi interna di disciplina. I nemici o i tepidi amici avranno, io spero, occasione di disingannarsi nelle loro previsioni catastrofiche circa l'avvenire del movimento fascista. I nostri indimenticabili morti, meravigliose giovinezze che non  lecito buttare leggermente allo sbaraglio, c'impongono il comandamento dell'ora: obbedire. E soprattutto ci dicono che la "fazione" non deve assassinare la "nazione" e che, al di sopra degli od, degli amori e delle passioni, la realt suprema ha un nome solo: Italia!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 176, 24 luglio 1921, VIII.
 FATTO COMPIUTO
ROMA, 2, notte
Il trattato di pacificazione fra i Fasci italiani di Combattimento e le rappresentanze della direzione del Partito Socialista Italiano e della Confederazione Generale del Lavoro  stato firmato.  dunque un fatto compiuto.
A tale risultato si  giunti dopo moltissime difficolt. La navigazione verso il porto, che la coscienza nazionale nel suo intimo sospirava ardentemente,  stata continuamente osteggiata da scogli e da foschie.
Dichiaro qui, in prima persona, assumendomi tutte le responsabilit morali e materiali della mia dichiarazione, che io vi ho messo tutta la mia buona volont e che quando ho visto accettato l'essenziale, ho buttato in mare taluni dei dettagli che appartenevano all'accessorio. Aggiungo anche che difender con tutte le mie forze questo trattato di pace, il quale, a mio avviso, assurge all'importanza d'un avvenimento storico, anche per la sua singolarit senza precedenti; e che metter in pratica un vecchio, saggio proverbio, che dice: "Chi non usa le verghe odia suo figlio".
Ora, se il fascismo  mio figlio - come  stato fin qui universalmente riconosciuto in migliaia di manifestazioni, che devo, fino a prova contraria, ritenere sincere - io, con le verghe della mia fede, del mio coraggio, della mia passione, o lo corregger o gli render impossibile la vita.
 necessario, prima di passare ad altro ordine di considerazioni, rilevare che in questi ultimi tempi la coscienza nazionale aveva sempre pi chiaramente manifestato il suo desiderio di pace. Le dimostrazioni dei mutilati a Napoli ed a Roma, col comizio Delcroix all'Augusteo, i voti dei reduci e delle madri dei caduti sono fatti "morali" che un movimento come il nostro non poteva ignorare, se  vero, come  vero, che intendiamo ricollegarci a Vittorio Veneto ed al significato di questo nome nella storia italiana.
Il trattato di pace era stato preceduto, proprio nella giornata di domenica, da due pacificazioni locali, avvenute in due centri operai popolosi ed importanti come Terni e Sestri Ponente. Nessuno di noi, ed io meno di tutti gli altri, voleva assumersi, data la situazione, la responsabilit di una rottura definitiva delle trattative, eccettuato il caso di clausole assolutamente inaccettabili. Ma chiunque esamina, con mente snebbiata dagli egoismi provincialisti intessuti di frasi fatte e sciupate come quelle che si leggono contro Roma, che sarebbe una specie di "vituperio delle genti" e contro il Parlamento e contro i deputati fascisti (oh, finalmente, una testa di turco!); chiunque sappia astrarsi un momento dalla contingenza immediata, non potr a meno di riconoscere che questo trattato di pace  la consacrazione solenne, inoppugnabile, storica della nostra vittoria.
S, anche i protocolli sono necessari a fissare i caratteri di situazioni nuove, a stabilire il quantum di mutato nel corso degli avvenimenti.
 superfluo procedere ad un'illustrazione analitica delle clausole. Gli intelligenti comprendono a volo l'ampiezza di quanto abbiamo ottenuto e le conseguenze politiche di questo trattato di pacificazione non tarderanno a farsi sentire.
Nell'attesa di ci, e non sar lunga, qui bisogna affermare che questo trattato di pacificazione serve egregiamente e nobilmente la causa dell'umanit, la causa della nazione, la causa del fascismo. La causa dell'umanit in primo luogo, e quando parliamo di "umanit" nessuno deve credere che intendiamo ricascare nel vacuo internazionalismo umanitario dei socialisti, dei democratici o dei tolstoiani.
Tutto ci esula dalle nostre concezioni realistiche. Ma se l'umanit vaga, che comprende tutti e nessuno, ci lascia indifferenti, c' una umanit italiana della quale siamo ansiosi e pensosi.  l'umanit delle nostre magnifiche schiere, che di tanto generosissimo sangue hanno invermigliato le contrade d'Italia. Ora se c' qualcuno che porta allegramente il fardello dei morti, questo qualcuno non pu essere che un irresponsabile o un incosciente; ma un "capo" ha il dovere supremo di risparmiare anche una sola goccia di sangue quando non sia palese che il versarla  strettamente necessario ai fini della causa.
La causa della nazione  salvaguardata da questo trattato, perch la nazione attraversa una crisi gravissima, che poteva e potrebbe ancora diventare mortale.
Ma dunque: la nazione, anche per taluni fascisti, sarebbe quella cosa di cui tutti si riempiono la bocca, salvo poi a strainfischiarsene quando c' da rinunziare agli interessi della fazione? La formula fascista sarebbe dunque: prima la fazione e poi la nazione? Io ho sempre ritenuto e creduto il contrario. Il fascismo vede la nazione e poi tutto il resto. Il fascismo  per la guerra civile quando  per l'interesse della nazione, e lo fu nei due anni trascorsi; il fascista  pronto alla pace quando  nell'interesse della nazione.
Con questa bussola il fascista pu navigare ed orientarsi; senza di questa si perde o naufraga.
Ora la nazione ha bisogno di pace per riprendere, per rifarsi, per selezionarsi, per avviarsi, in una parola, ai suoi migliori destini.
Finalmente questo trattato di pace serve ai fini ed alla espansione ulteriore del fascismo. Ecco un partito, quello socialista, che fu per lunghi anni il dominatore quasi incontrastato della politica italiana; ecco un partito, quello socialista, che, fino a pochi mesi addietro, ci parlava di Sovits, di dittatura del proletariato e di altre tali fantasie moscovite. Questo partito pareva dovesse trionfare e sommergere tutti gli altri. La sua barca procedeva innanzi coi venti di tutte le fortune! Ecco il siluro fascista! E col siluro la crisi di autorit e di coraggio fra gli stati maggiori, di sbandamento fra le ciurme. Questo partito scende oggi a patti, li consacra in un atto solenne e quindi aggrava la sua posizione nei rapporti futuri con questi terribili e temibili concorrenti ai favori e - ahim! - ai voti delle masse e si dichiara estraneo agli arditi del popolo, i quali, oramai sconfessati da repubblicani, da comunisti e da socialisti, dovranno rapidamente concludere la loro breve ed ingloriosa carriera.
Non c' bisogno di aggiungere che questo trattato sposta i piani dell'azione fascista, ma non disarma la nostra opposizione spirituale e politica al complesso delle dottrine e delle realizzazioni socialiste. Anzi, qui "si parr la nobilitade" del fascismo, il quale, dopo avere esercitato i muscoli, dovr esercitare i cervelli e muoversi nel campo delle idee e delle competizioni civili con quella stupenda elasticit con la quale si  mosso durante la nostra guerra all'interno, nelle strade e nelle piazze.
La battaglia  vinta. Potremo cantare vittoria. Ma io sono l'uomo perennemente inquieto del domani. Non so fermarmi. La vittoria  un fatto; ora mi travaglia il modo col quale la vittoria potr essere utilizzata. Comincia un nuovo periodo nella storia del fascismo italiano e non sar meno aspro e difficile del precedente:  il periodo della rielaborazione spirituale e delle applicazioni pratiche. Bisogna smentire i nostri nemici, i quali ci hanno detto a saziet: "Voi sapete distruggere, ma non sapete costruire! Siete ottimi sul terreno della negazione, ma, portati sul terreno positivo, vi rivelate nella vostra impotenza". Tutto ci  falso, ma bisogna dimostrare il falso con la nostra opera di domani.
Infiniti sono i campi nei quali possiamo applicare le nostre energie! Certi dissid e certi atti di indisciplina individuale non mi preoccupano eccessivamente, anche se non sfruttati dalla stampa antifascista.
Dal mio punto di vista personale, la situazione  di una semplicit lapalissiana: se il fascismo non mi segue, nessuno potr obbligarmi a seguire il fascismo. Io comprendo, e compiango un poco, quei fascisti delle molte Peretole italiane, i quali non sanno astrarre dai loro ambienti; vi si inchiodano e non vedono altro, e non credono alla esistenza di un pi vasto e complesso e formidabile mondo. Sono i riflessi del campanilismo, riflessi che sono estranei a noi, che vogliamo sprovincializzare l'Italia e proiettarla, come "entit nazionale", come blocco fuso oltre i mari ed oltre le Alpi.
Ma l'uomo che ha fondato e diretto un movimento e gli ha dato fior fiore di energia, ha il diritto di prescindere dalle analisi di mille elementi locali per vedere il panorama politico e morale nella sua sintesi; ha il diritto di vedere dall'alto di una montagna, cio da un pi ampio orizzonte, il panorama, che non  di Bologna o di Venezia o di Cuneo, ma  italiano, ma  europeo, ma  mondiale.
Chi non  capace di questa sintesi, pu avere le attitudini per comandare una squadra di venti uomini, non certo pu rivendicare il privilegio di guidare le vaste masse nei momenti pi turbinosi della sua storia, quando le responsabilit si addensano e schiacciano, quando  necessario sfidare le effimere impopolarit tardigrade e andare oltre, a qualunque costo, contro chiunque, nella certezza che proviene dalle sensibilit intime e dalla intima fede.
Fascisti italiani! Questo  il fascismo! E vorrei aggiungere: il fascismo, nella sua immanenza, nel suo spirito profondo, e non soltanto nella sua lettera superficiale. Per questo io grido ancora: Evviva il fascismo!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 184, 3 agosto 1921, VIII.
 IL PARTITO FASCISTA
Il terzo congresso nazionale fascista  pienamente riuscito. Invano i socialcomunisti di Roma, in allegra e miseranda combutta coi repubblicani, hanno tentato di sabotarlo con uno sciopero, che  stato proclamato durante il congresso, ma che era stato preparato e premeditato da parecchio tempo. Il congresso  pienamente riuscito da tutti i punti di vista.
Dal punto di vista del numero dei delegati intervenuti, che supera quello di tutti gli altri congressi, antichi e recenti, di tutti i partiti. Un congresso che raccoglie non meno di quattromila delegati  veramente senza precedenti nella storia italiana. Riuscito  il congresso dal punto di vista dell'ordine durante le discussioni. In un'assemblea cos imponente e composta nella maggior parte di giovani nuovi alle discussioni, erano inevitabili momenti di tumulto e di clamore; ma la verit  che il congresso fascista non ha visto le scene di violenze pugilistiche che si ritrovano nelle cronache di altri congressi. E bisogna aggiungere, per la verit, che i trascurabili incidenti sono dovuti non ai veri delegati del congresso, ma ad elementi squadristi che assistevano dalle tribune del teatro e che essendo in massima parte giovani, sono naturalmente esuberanti.
Il congresso fascista  l'unico che abbia esaurita realmente la discussione su tutti i commi posti all'ordine del giorno. Il congresso aveva tre obiettivi fondamentali: liquidare il passato; definire il programma del fascismo; costituire il fascismo in partito.
Tutto ci  stato fatto. Si sono discusse ed approvate la relazione della Commissione esecutiva e la relazione del Gruppo parlamentare fascista.
Si  definito il programma nelle sue linee essenziali e il Consiglio nazionale non dovr che dare la lettera a quello che  gi lo spirito e che  stato accettato nella totalit del congresso. Ad enorme maggioranza poi il congresso si  dichiarato favorevole alla costituzione del fascismo in partito.
Il Partito Nazionale Fascista  dunque un fatto compiuto. Restano da fissare regolamenti e statuti e questo sar fatto entro brevissimo termine.
Ma il partito  gi, non virtualmente, ma solidamente e materialmente costituito. Giova, a questo proposito, ricordare che gli oppositori al partito si mettevano da un punto di vista che possiamo chiamare di "contingenza"; facevano, cio, una questione di tempo e di modo. Non erano contrari al partito in s, ma lo ritenevano immaturo.
Queste obiezioni sono state vigorosamente controbattute da Massimo Rocca e il congresso, alla quasi unanimit, si  ritenuto, invece, maturo per costituire il fascismo in partito. Un partito che molto probabilmente non rassomiglier a nessuno degli altri esistenti: un partito che  anche una milizia, nel senso pi letterale della parola.
Chi ha veduto sfilare per le strade della capitale il formidabile corteo nel quale tutti i fascisti erano in uniforme militare in grigio-verde, talvolta con l'elmetto, avr certamente riportata l'impressione che il Partito Fascista non  soltanto una organizzazione politica, ma  anche una organizzazione, in un certo senso, militare.
E se in sede di politica si discute, quando i fascisti sono inquadrati non discutono pi, ma debbono obbedire e obbediscono con un ammirevole senso di disciplina.
Conseguenze immediate della costituzione del movimento in partito non sono da attendersi.
Il fascismo continuer ad essere una forza negativa, nel senso che  sempre pronto a sostenere la lotta violenta contro le violente forme di lotta dei partiti antinazionali ed inizier, nel contempo, il lavoro di preparazione veramente politico che deve abilitare il fascismo a reggere, in parte o in tutto, il governo della nazione.
Il fatto stesso che si sia potuto ammettere, come ipotesi, la formazione, non tanto lontana, di uno Stato fascista,  la riprova confortante che il fascismo  gi tendenzialmente capace di reggere i destini della nazione, salvata dal terribile abisso entro cui stava per precipitare.
Spetta ora ai fascisti di tutta Italia perfezionare la loro organizzazione; stringere vincoli sempre pi solidi fra di loro; proporzionare e dosare l'uso della violenza, che non dev'essere mai cieca ed incosciente; diffondere le idee ed i programmi che sono stati illustrati all'Augusteo; ed anche non attendere la realizzazione di tutti i postulati del fascismo esclusivamente dall'opera necessariamente limitata e frammentaria del Gruppo parlamentare fascista.
Io credo per fermo, e la sfilata di Roma ne  la riprova, che pure costituito in partito, il fascismo non perder nessuna delle sue caratteristiche. Perder, invece, ed  bene che cos sia, molte scorie; lascer e dovr lasciare lungo la strada i violenti della violenza non come mezzo, ma come fine, gli elementi ambigui che amavano di non scegliere fra l'uno e l'altro partito e soprattutto gli elementi che qua e l si sono accodati al fascismo credendo di trovare in esso la difesa dei loro privati interessi.
Contro questi profittatori politici ed economici del fascismo, note chiare di deplorazione e di rivolta sono squillate durante i lavori del congresso. Quanto agli elementi sovversivi, invano essi sperano, con movimenti disordinati o con agguati criminali, di spezzare la granitica muraglia del fascismo in Italia.
Se il fascismo italiano sar nell'avvenire forte e saggio, stanno aperte dinanzi a lui le strade di tutte le possibilit e di tutte le grandezze. Viva il Partito Nazionale Fascista!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 271, 12 novembre 1921, VIII.
 DISCIPLINA
Le giornate romane del fascismo italiano offrono a noi, e quindi a tutti i fascisti, un materiale vastissimo di meditazione e di esperienza.
Cominciamo dalla disciplina. Molti giornali accusano il fascismo di mancare di una disciplina e tentano di documentare l'accusa con quanto  accaduto negli scorsi giorni a Roma. Ora io ci tengo a dichiarare che, posto a confronto con gli altri partiti o eserciti, il fascismo italiano  l'esercito o il Partito pi disciplinato del mondo. Con questo non intendo dire che la disciplina morale e formale del fascismo non trova assolutamente riscontro nella storia antica o recente di nessun altro partito. I casi di Roma, gli incidenti durante il corteo, sono deplorevolissimi, e chi scrive non aspetta oggi per dirlo; ma quando si consideri l'ambiente, il momento e la massa, si vedr che quella dei giornali antifascisti  una montatura in piena malafede. Intanto le provocazioni sono partite dall'altra parte. Si pu sapere per quale recondito motivo all'arrivo di un treno di fascisti tutte le locomotive del deposito di Portonaccio si mettono a fischiare a centinaia? Quando il Comitato di difesa proletaria - ignobile minestrone, possibile soltanto a Roma, dove Lenin va a braccetto con Giuseppe Mazzini - annunciava i "vespri" antifascisti, la cronaca non registrava che il famoso incidente del fazzolettino rosso. Nient'altro! La situazione si aggrav, naturalmente, con la pubblicazione di quel comunicato provocatorio, ospitato da tutti i giornali antifascisti, coll'immondo Paese del cardiopalmico Ciccotti in prima linea. Nessuno pu seriamente ritenere che il suddetto sedicente Comitato non avrebbe trovato altri pretesti pur di inscenare lo sciopero che covava da lunghissimo tempo. Obiettivo evidente: sabotare il congresso fascista e soprattutto impedire la parata fascista per le strade di Roma. C'erano, o signori, a Roma, fra mercoled e gioved, dai trenta ai quarantamila fascisti, tutti giovani dai quindici ai trent'anni, e tutti figli autentici dell'autentico popolo italiano. Bastava guardarli in faccia per capire che non da "magnanimi lombi" discende il loro sangue, ma da gente che ha lavorato e lavora. Quale forza umana o divina avrebbe potuto controllare o contenere le azioni singole di quarantamila individui, costretti a circolare in un ambiente freddo o nemico? L'Augusteo non poteva ospitare che diecimila fascisti; gli altri, forzatamente, erano accantonati nei punti pi dispersi e lontani della citt, fatti oggetto al ghigno e alle imboscate dei bolscevichi. Che cosa potevano fare, se non difendersi e offendere? Ci si dice che i fascisti concentrati a Roma non hanno eseguito l'ordine di partenza emanato dai capi. Non  vero. Sta di fatto che la sera stessa di gioved, appena finito il corteo, treni "speciali" di fascisti partirono nelle diverse direzioni. Ma come poteva avvenire rapidamente l'esodo di una cos vasta massa di individui, quando mancavano i treni? D'altra parte la partenza immediata dei fascisti era subordinata - l'on. Bevione lo sa!, - alla ripresa non meno immediata del servizio da parte dei ferrovieri. E dal momento che i ferrovieri - soltanto per paura, a loro confessione stessa! - non riprendevano servizio, come e qualmente potevano i fascisti, calati a Roma dalle pi lontane parti d'Italia, lasciare la citt?
In verit, eccettuati isolati episod, il fascismo  stato disciplinato. Sono partiti coloro che dovevano partire; sono rimasti coloro che hanno ricevuto l'ordine di rimanere. C' un punto, a proposito di questo scottante argomento della disciplina, sul quale i nostri censori sono vivamente pregati di riflettere ed  questo: i capi del fascismo hanno dimostrato di possedere quello che manca ai miserabili demagoghi di tutti gli altri partiti: il coraggio di dire la verit anche e soprattutto ai propri gregari. Il richiamo alla disciplina che io ho fatto alle folle fasciste dell'Augusteo, era sempre in termini aspri e durissimi. Se tutti i fascisti, dal primo all'ultimo, non lo hanno seguito alla lettera, dipende dal fatto da me ammesso nel principio di questa nota: e che cio la disciplina non  ancora perfettissima. Ma lo diverr. I nostri avversari sono pregati di prendere atto che capi e gregari faranno tutto il possibile; tenderanno tutte le loro energie per sempre pi e meglio disciplinare le masse del Partito Nazionale Fascista. Moltissimo si  fatto in questa direzione, ma non si fallir alla mta. Dopo di che vedremo a chi spetta l'onere e l'onore di governare l'Italia.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 273, 15 novembre 1921, VIII.
 GOVERNO
Tutte le volte che la nazione arriva ad un episodio culminante della sua lunga e inevitabile crisi di assestamento economico e spirituale, i cittadini sono costretti a domandarsi: c' un Governo in Italia?
Lo stesso inquietante interrogativo  venuto alle labbra durante le giornate romane. La tesi di quelli che chiameremo i governativi  la seguente: data la situazione determinatasi a Roma, il Governo non poteva porsi, in un certo senso, al di sopra della mischia. Infierire contro i social-bolscevichi per stroncare il loro sciopero generale, non si poteva se non previo divieto della parata fascista; e poich tale parata era stata permessa, dal momento che l'impedirla con la forza avrebbe potuto provocare un vasto spargimento di sangue, non si poteva impiegare il pugno di ferro contro il Comitato di difesa proletaria. Questo atteggiamento di quasi neutralit del Governo, posto dalle circostanze a dover fronteggiare due forze in aperto contrasto, pu essere giustificato nei confronti dello sciopero cittadino e sino a gioved sera; non dopo e soprattutto non in confronto dello sciopero "misterioso" dei ferrovieri.
Sta di fatto:
1. che gioved sera si effettuarono le prime partenze di fascisti, ma i ferrovieri non ripresero il lavoro;
2. che le partenze dei fascisti continuarono e si accentuarono nella giornata di venerd, ma i ferrovieri non ripresero il lavoro. Altrettanto dicasi per le giornate di sabato e di domenica.
In conclusione: il Governo di Bonomi ha tenuto sulle sue deboli braccia per ben quattro giorni uno sciopero di ferrovieri che doveva cessare non pi tardi di gioved sera.
Alle ore diciassette di gioved, mentre le masse fasciste erano riunite in piazza dell'Esedra, l'on. Bevione, che in quel momento rappresentava lo Stato italiano, dicesi lo Stato, assicurava che i ferrovieri avrebbero ripreso servizio alla mezzanotte. Ma a mezzanotte la stazione di Roma era deserta. Una prima "diffida" governativa ai ferrovieri ebbe un risultato irrisorio. L'Agenzia Stefani, ufficiosa, si affrettava a comunicare che i ferrovieri tornati al lavoro erano dodici, diconsi dodici, e tutti appartenenti agli uffici interni della stazione.
Lo smacco dell'autorit statale non poteva essere pi clamoroso.
I capi della sezione romana del Sindacato ferrovieri vendevano fumo al Governo, il quale continuava a trastullarsi su questa altalena: diceva ai fascisti: partite che i ferrovieri riprendono il lavoro; e ai ferrovieri: riprendete il lavoro che i fascisti partono.
Per uscire da questo equivoco, sono occorsi al Governo ben quattro giorni e solo domenica mattina, quando lo sciopero, per mille segni, s'avviava al suo naturale e inevitabile esaurimento, il Governo ha tolto dall'immenso arsenale dei suoi regolamenti l'articolo 56; lo ha spolverato e cacciato innanzi agli occhi dei ferrovieri riottosi.
Ma non  sicuro che si debba all'atto di tardiva energia compiuto dal Governo il ritorno al lavoro dei ferrovieri. Insomma, il Governo era, in un certo senso, disarmato dinanzi allo sciopero dei cittadini; ma non lo era affatto davanti allo sciopero dei ferrovieri, dipendenti dallo Stato e quindi sottoposto alla giurisdizione del Governo.
Il ministro Bonomi doveva ricordarsene gioved sera che esiste un articolo 56, non domenica mattina. Non v' alcun dubbio che rispetto in particolar modo allo sciopero dei ferrovieri, l'azione del ministro Bonomi  stata insufficente, debole, e ha rivelato che la crisi di autorit dello Stato  ben lungi dall'essere esaurita. Cos non  possibile andare avanti.
Finch lo Stato sar assente, i cittadini dovranno sostituirsi a lui. A nostro avviso lo sciopero dei ferrovieri romani e napoletani ha deciso le sorti del ministero Bonomi.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 274, 16 novembre 1921, VIII.
 PER LA VERA PACIFICAZIONE
Onorevoli colleghi! Ho ascoltato con viva attenzione i discorsi pronunziati in quest'aula dagli onorevoli Ferri, Dugoni e in parte dall'onorevole Vacirca. Ho ascoltato pure con vivo interesse il discorso dell'onorevole Graziadei e ho notato che il suo metodo polemico non cambia per volgere di stagione; egli cio ci presenta due Graziadei: uno che  lo studioso e un altro che , oggi, il comunista. Ma ascoltando appunto i discorsi degli onorevoli Ferri e Dugoni, io mi sono posto questo quesito: se, cio, la discussione che dura da tre giorni abbia un'utilit qualsiasi.
Mi aspettavo, da quei banchi, dei discorsi che fossero per forma e per contenuto in relazione al testo pi estremista della mozione.
Ma l'onorevole Ferri e l'onorevole Dugoni, invece di sparare con le grosse artiglierie dell'intransigenza classista, riaffermata nel congresso di Milano, hanno a mio avviso fatto delle salve a scopo puramente dimostrativo, dei discorsi dai quali trasparivano evidenti delle nostalgie collaborazionistiche, che la direzione del partito non pu non sconfessare. E se cos blandi sono stati questi discorsi, ci significa in realt che manca la materia del contendere.
Quando l'onorevole Ferri rimprovera all'onorevole Bonomi solo una insufficenza di Governo, io non voglio qui precedere l'onorevole Bonomi, ma egli pu trionfalmente rispondere che qualsiasi uomo a quel banco, per quanto possa essere saggio o potente pi d'ogni altro, sarebbe sempre insufficente davanti a qualche cosa.
E allora discutiamo se  possibile su l'utilit di questa discussione. Una utilit innegabile si pu sintetizzare in questa domanda: il Governo dell'onorevole Bonomi ha fatto quanto poteva e doveva per ristabilire il cosiddetto imperio della legge e la pacificazione interna del paese?
Mi permetto di rilevare che non c' assoluta interdipendenza tra il ripristino dell'autorit statale e la pacificazione interna. Il ripristino dell'autorit statale pu contribuire alla pacificazione interna, ma alla pacificazione interna devono contribuire altre forze, a mio avviso, e cio la disciplina e il controllo dei partiti, il favore o meno dell'opinione pubblica. L'utilit positiva di questo dibattito pu dunque consistere in questa domanda. Pu la Camera e deve la Camera dare al Governo di oggi o a quello eventuale di domani una linea direttiva per raggiungere gli obiettivi che stanno sul labbro di tutti, e cio la restaurazione dell'autorit dello Stato e la pacificazione interna?
Io vorrei che a proposito della crisi italiana non si esagerasse. Prima di tutto gli altri popoli non stanno meglio di noi. Si dice da varie parti che la Germania sta riprendendosi energicamente, e pu essere vero sotto un certo punto di vista economico; ma la Germania  per percorsa da una crisi morale acutissima.
Del resto in Italia questa lotta di fazioni  limitata a delle esigue minoranze di fronte a una massa imponente di popolazione. Ci sono delle provincie dove risse civili non ce ne sono mai state; ci sono delle provincie dove queste ci sono state, ma dove si sono ripristinate le condizioni del vivere civile; ci sono provincie dove la lotta infuria ancora. Se fosse concesso tirare due linee per individuare geograficamente la situazione, una linea andrebbe da Livorno ad Ancona e l'altra potrebbe essere data dalla Valle del Po. Ora domandiamoci: la situazione dall'agosto ad oggi  migliorata?  peggiorata?  stazionaria?
Ritengo che i punti neri della situazione siano il deficit finanziario, la disoccupazione e il caro-viveri; elementi favorevoli della situazione sono da considerare lo stato d'animo delle masse operaie e la situazione dei diversi partiti cosiddetti sovversivi.  innegabile che il proletariato italiano si trova in un periodo che io chiamerei di sbandamento morale, non gi per l'azione pi o meno violenta del fascismo, ma per il crollo di tutta la ideologia che aveva alimentato potentemente gli entusiasmi del dopoguerra. D'altra parte i partiti sovversivi sono in fiero contrasto fra di loro, ed io, che seguo attentamente la letteratura cosiddetta sovversiva, ho motivo di rallegrare il mio spirito quando, per esempio, vedo i comunisti che definiscono il Partito Socialista come un circo Barnum. Per loro Serrati  un politicante qualunque; ma sono cos privi di religione questi comunisti cerebrali di Torino e di Roma che non rispettano nemmeno gli idoli ed i santoni del sovversivismo italiano. Per loro, per esempio Errico Malatesta, questo spauracchio di tutta la borghesia,  un fanciullino che legge romanzi polizieschi; Luigi Fabbri un teologo di villaggio; Armando Borghi un buffone, che non sa ridere e non fa ridere. Dal canto loro gli anarchici definiscono il direttore dell'Ordine Nuovo un finto stupido, finto veramente perch si tratta di un sardo gobbo e professore di economia e filosofia, di un cervello indubbiamente potente.
In questa situazione la borghesia italiana deve essere straordinariamente intelligente, non deve cio irrigidirsi in posizioni di non necessaria intransigenza classista, e meno ancora pensare di respingere le masse laboriose della nazione in condizioni di vita sorpassate, la quale cosa non potrebbe essere mai tollerata dal fascismo italiano.
Quando la Camera aggiorn i suoi lavori, mi pare nell'agosto, il ministro Bonomi ebbe un duplice viatico, un viatico di voti, una enorme maggioranza, come non si poteva nemmeno sognare, e il trattato di pacificazione. Io credo che l'onorevole Bonomi non si sia fatto illusioni sulla reale efficenza di quel voto di maggioranza.
Quanto al trattato di pacificazione, io devo farne parola perch molto se n' discusso in questi giorni. Il trattato di pacificazione fu voluto indubbiamente da uomini di nobile sentire, preoccupati delle condizioni nelle quali la nazione si trovava in quel periodo di tempo. Ma devo riconoscere che il merito precipuo della stipulazione di questo famoso e famigerato trattato deve essere assegnato al Presidente della Camera: egli fu di una abilit portentosa per superare tutti gli ostacoli procedurali e di sostanza, perch fino all'ultimo momento, quando gi si trattava della firma, l'onorevole Musatti sollev le ultime eccezioni; furono trattative lunghissime, estenuanti, non se ne poteva pi; e, d'altra parte, la coscienza nazionale reclamava energicamente un atto, un gesto, un qualche cosa che significasse volont di pace. Cos venne alla luce il famoso trattato. Il quale ha dato quello che poteva dare.
Tutti dobbiamo riconoscere in questa Camera che da allora le spedizioni punitive fasciste in grande stile, come quella di Sarzana, come quella di Treviso, come quella di Viterbo, non si sono pi verificate.
D'altra parte s' visto che il Governo con le sue misure di semplice polizia non ha potuto e non ha saputo fronteggiare la situazione.
I comunisti erano al di fuori del trattato, ma i socialisti non erano in buona fede quando lo firmarono, e lo hanno dimostrato con una similitudine curiosa; paragonando cio il loro partito al galantuomo assalito da furfanti: il galantuomo consegna la pelliccia salvo l'indomani a far arrestare e fucilare i furfanti stessi!
Non  vero, onorevole Ferri, che quelle giornate di Roma siano la conseguenza della denunzia del trattato di pacificazione. Non  vero.
Non  vero dal punto di vista cronologico, perch il trattato di pacificazione  stato formalmente denunziato all'indomani delle giornate di Roma.
Ma, a proposito di queste giornate, bisogna dire qui una parola di obiettiva sincerit. Io riconosco, subito, che il fascismo nelle sue masse, nelle sue masse profonde, non era preparato politicamente a conquistare le simpatie di Roma e non era preparato nemmeno moralmente. (Commenti, rumori).
 ridicolo e significa dar prova d'incomprensione dei fenomeni storici attribuire al fascismo italiano una specie di profanazione della storia e della gloria della capitale. (Matteotti: "L'Augusteo l'avete profanato").
Noi fascisti, unici fra tutti i partiti italiani, abbiamo scelto giornata di festa il 21 aprile, annuale della fondazione di Roma; noi, per tutta la nostra forma mentis, per tutto il nostro stile, siamo degli esaltatori di tutto ci che  romano. Non voglio qui esaltare Roma perch poeti, filosofi, pensatori prima di me e in modo magnifico lo hanno fatto; ma noi fascisti non possiamo dimenticare che Roma, questo piccolo territorio,  stato una volta il centro, il cervello, il cuore dell'impero; non possiamo dimenticare nemmeno che a Roma, su questo breve spazio di suolo, si  realizzato uno dei miracoli religiosi della storia, per cui una idea che avrebbe dovuto distruggere la grande forza di Roma  stata da Roma assimilata e convertita in dottrina della sua grandezza.
Per tutto questo noi, senza contare le nostre reminiscenze letterarie, senza contare Carducci e D'Annunzio, noi siamo degli ammiratori, degli esaltatori di Roma, ed io in particolar modo insorgo e protesto contro certe manie provinciali, perch la storia  stata sempre fatta dalle grandi citt. Pu qualche volta la storia finire in un piccolo villaggio, ma  concesso soltanto alle grandi agglomerazioni umane, alle grandi citt, di determinare gli eventi capitali della storia.
C' stato un fenomeno di incomprensione tra i fascisti e la popolazione romana e sono cos sincero da ammettere che la simbologia fascista, pittoresca, se si vuole (commenti a sinistra), ma ricordante troppo da vicino i simboli della fase estrema della guerra, abbia urtato una popolazione come quella di Roma, che  fondamentalmente edonistica, cio portata a vivere tranquillamente la propria giornata, con una psicologia speciale, dovuta al fatto che sulle mura di Roma si sono abbattute orde e civilt di tutti i tempi.
I fascisti credevano che il popolo di Roma fosse loro contrario; viceversa il popolo romano credeva che i fascisti fossero venuti a Roma per fare chi sa quale mai fantastica spedizione punitiva. (Mingrino: "Hanno bastonato!". Interruzioni a destra).
Io ricordo che nel discorso dell'Augusteo dissi ai fascisti parole durissime, come forse non ne poteva dire nemmeno un socialista; dissi che era eccessivo il saluto ai gagliardetti; ma vi faccio considerare che le fedi che sorgono sono necessariamente intransigenti, mentre sono transigentissime le fedi che declinano e muoiono. (Approvazioni a destra).
Ed anche a proposito dell'Augusteo pareva che esso fosse stato schiantato dalle fondamenta. I danni, verificati minuziosamente, si riducono a diciottomila lire, e, quando voi consideriate le condizioni eccezionali del momento, non sono eccessivi. (Interruzione del deputato Mingrino. Presidente: "Onorevole Mingrino, non interrompa!").
Sono cos obiettivo da riconoscere che l'atteggiamento del Governo in quell'occasione pu essere giustificato fino al gioved sera. Il Governo, tollerando lo sciopero generale, non pot infierire sui fascisti e viceversa, ma il gioved sera la situazione era mutata. Gioved sera partirono i primi cinquecento operai fascisti del Grossetano. Il Governo ha portato per quattro giorni sulle sue braccia uno sciopero generale, che doveva essere fronteggiato fin dal gioved sera, e solo domenica mattina e luned mattina si  ricordato che esiste un famoso articolo 56 che era applicabile ai ferrovieri scioperanti.
Molto si  gridato contro i danni dell'Augusteo, che assommano a diciottomila lire, ma dei milioni di danni che lo sciopero dei ferrovieri romani e napoletani ha recato alla nazione intera nessuno ha parlato. (Applausi a destra, interruzioni all'estrema sinistra).
 stato denunciato il trattato di pacificazione, e qui l'onorevole Dugoni  venuto con voce melodrammatica a gridare: non si vive pi!  verissimo. Io voglio immediatamente associarmi all'affermazione dell'onorevole Dugoni: non si vive pi! Ebbene, io leggo l'elenco dei morti fascisti dal 3 agosto all'altro giorno.
Mi dispiace moltissimo d'infliggere alla Camera questa lettura, ma siccome si vuol fare credere che solo da quella parte vi siano uomini con le mani monde di sangue umano, bisogna documentare che se violenze hanno commesso i fascisti, violenze non meno sanguinose e non meno criminali sono state commesse dai socialisti. (Approvazioni, commenti, interruzioni dell'estrema sinistra. Matteotti: "Sono morti all'assalto delle case altrui!". Rumori. Presidente: "Facciano silenzio! Lascino parlare!").
Noto che molti dei fascisti uccisi sono proletar. (Commenti).
Ricordo che il giorno in cui a Trieste cadeva ucciso il povero Mller, a Castel San Pietro cadeva ucciso Ravaglia Remo, che non era un pescecane, non era uno sfruttatore del proletariato, ma un popolano fascista. E l'altro giorno a Bologna  morta una seconda vittima dell'agguato socialcomunista di Castel San Pietro, Barnabei Giuseppe, proletario, tanto proletario che ha lasciato la moglie e cinque figlioli.
Ebbene, leggendo le parole pronunziate da quell'umile proletario, mentre stava per morire, ho ripensato ad un periodo di un libro di Maeterlinck, il poeta belga, sulla saggezza e il destino. Dice il sommo poeta belga che il destino concede a tutti gli uomini, siano essi grandi o piccini, intelligenti o no, di compiere durante la loro vita un gesto di grandezza, di pronunziare una parola di grandezza.
Ebbene, quell'umile proletario, dopo essere stato confortato dalla religione, ha chiamato il padre e ha detto: "Hanno fatto male lass a ferirmi, ma perdono loro".
Voi sentite nelle parole estreme di questo oscuro bracciante qualche cosa che ricorda l'invocazione del Cristo, che, crocifisso, perdon i crocefissori (Commenti).
E veniamo ai fatti di Trieste. Io ho deplorato il fatto, apertissimamente, e lo deploro ancora oggi. Ma mi sono opposto e mi oppongo alla speculazione che su questo cadavere  stata inscenata dai socialcomunisti, in malafede, perch, tra l'altro, il Mller non era comunista, non era socialista. (Commenti).
Aveva nelle tasche una tessera della Societ generale liberale triestina, una della Societ operaia e una della Lega nazionale. Non solo. E qui la tragedia raggiunge veramente dei confini che stanno fra il sanguinoso e il grottesco: questo ucciso durante le ultime elezioni avrebbe lavorato per il blocco nazionale e avrebbe dato il voto preferenziale all'onorevole Giunta! (Commenti).
Voi vi siete afferrati a questo cadavere e ci avete speculato, ed avete dimenticato quello di Castel San Pietro, ed avete negato a noi ogni sincerit di umanit e di partito!
Signori, io mi ricordo che quando si metteva in dubbio la vostra sincerit a proposito della vostra deplorazione dopo gli eccidi del "Diana", voi protestavate con voce indignatissima.
Noi vi chiediamo la reciprocit. Dovete credere alla nostra sincerit. Delitti come quelli di Trieste non danneggiano la compagine interna del comunismo che in modo appena percettibile, ma non giovano nemmeno al fascismo, perch non  nella linea di questa tragica altalena che si pu trovare utilit da alcuna parte.
Noi dunque, almeno dal punto di vista politico, siamo sincerissimi quando deploriamo altamente episod come quelli di Trieste. (Commenti).
Ma  proprio il caso di dire salus ex inimicis nostris. Voi avete risposto ai fatti di Trieste con uno sciopero tipografico generale. Io ho spezzato il vostro sciopero. Questo vi dimostra che i tipografi non sono tutti con voi.
Non solo, ma annunzio che tutte le volte che vi sar uno sciopero politico, al quale aderiranno i tipografi, il Popolo d'Italia uscir egualmente! (Applausi all'estrema destra, rumori all'estrema sinistra).
Voi ricadete nello stesso errore di stancheggiare la massa operaia con una serie di scioperi.... (Approvazioni, rumori all'estrema sinistra).
I socialisti ufficiali italiani hanno ormai tagliato tutti i rapporti con la Terza Internazionale. Non mi rivolgo quindi a loro in questo momento; ma ai comunisti quando contesto loro il diritto di lagnarsi di certi eccessi, di certe violenze compiute dai fascisti.
Voi comunisti avete nella vostra tattica, nella vostra dottrina, l'esercizio del terrore. Anche oggi in Russia si continua a fucilare su tutta la linea. Sessanta persone sono state fucilate a Pietrogrado, e sessantatr a Odessa. (Applausi a destra, commenti, rumori all'estrema sinistra). Voi dite che queste sono opinioni di un giornalista venduto alla vile borghesia; ma, allora, io vi prego di leggere gli scritti di un noto anarchico, di Luigi Fabbri, il quale racconta sul suo quotidiano che a Pietrogrado si  fucilato un anarchico, reo di avere avuto un momentaneo contatto con un agente provocatore della Ceka, che sarebbe la polizia russa attuale. (Rumori all'estrema sinistra, commenti).
Del resto, quando vi ponete sopra il terreno della forza (e la forza fatalmente ha degli episodi di violenza), non siete pi in grado, non avete il diritto di lagnarvi se il fascismo vi attacca. (Vivi rumori all'estrema sinistra).
Onorevole Bonomi, vi si chiedeva una politica: voi ci avete dato una politica frammentaria, incoerente, acefala.
Io non nego, per esempio, che l'onorevole Vacirca abbia delle doti per essere un eccellente questore socialista, perch egli sa che si poteva impedire l'agglomeramento dei fascisti in Roma, sia impedendo la loro partenza, sia impedendo il loro arrivo. (Rumori all'estrema sinistra, ilarit).
Ora l'onorevole Bonomi, davanti a questa situazione, aveva, a mio avviso, tre atteggiamenti diversi da prendere.
Tentare di schiacciare le due opposte fazioni. Dichiaro subito che, per quello che riguarda noi,  assai difficile; ed aggiungo che la cosa non  scevra di pericoli, perch domani, e fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad un martellamento di polizia, potrebbero finire anche per intendersi.... (ilarit, applausi all'estrema sinistra, commenti), salvo a conflittare energicamente dopo per la ripartizione del bottino (commenti), anche perch io riconosco che fra noi ed i comunisti non ci sono affinit politiche, ma ci sono affinit intellettuali. (Commenti).
Noi, come voi, riteniamo che sia necessario uno Stato accentratore ed unitario, che imponga a tutti i singoli una ferrea disciplina; con questa differenza: che voi giungete a questa conclusione attraverso il concetto di classe, e noi ci giungiamo attraverso il concetto di nazione.
Il Governo dell'onorevole Bonomi poteva appoggiarsi all'una delle fazioni per distruggere l'altra. Non ha scelto questo secondo sistema, e ha preferito invece di vivacchiare alla giornata, di dare ragione un po' a tutti, di credere che una crisi politica cos profonda come quella che ci travaglia possa essere risoluta attraverso a semplici, difformi ed incoerenti misure di polizia.
Ammessa dunque l'esistenza di una crisi che non si  aggravata, ma non segna nemmeno un accorciamento del nostro periodo di convalescenza, la soluzione quale pu essere?
Io qui comincio a parlare pi da spettatore che da attore. Ci potrebbe essere una soluzione extra-parlamentare, un Gabinetto di funzionari e di tecnici, l'aggiornamento della Camera, la dittatura militare. (Vivaci commenti all'estrema sinistra).
Io non mi sono mai lasciato convincere da queste sirene, non ho mai creduto a queste suggestioni, anche se venivano da generali a spasso che credono di avere la ricetta specifica con cui si salva il mondo; ed anche perch la carta della dittatura  una carta grossa, che si gioca una volta sola, che impone dei rischi terribili, e, giocata una volta, non si gioca pi.
C' un'altra soluzione: l'appello al paese, le nuove elezioni generali. (Si ride, commenti).
Io so che voi siete sicuri del vostro corpo elettorale, ma non credo di andare errato dicendo che la sola eventualit, lanciata cos a scopo di polemica, di nuove elezioni, vi d un leggero brivido lungo il filo della schiena. (Commenti, interruzioni all'estrema sinistra). Si tratterebbe dunque di provare con un terzo esperimento che il suffragio universale, integrato dal sistema proporzionale con scrutinio di lista, non pu dare Governo diverso dall'attuale, che cio non pu essere possibile un Governo di partito, ma s'impone un Governo di coalizione. Escluse queste eventualit, occorre vedere se il crogiolo di Montecitorio offra possibilit nuove.
Vi dico subito che non c' nulla nel paese che denoti la volont in questo momento di crisi ministeriale. (Commenti). Il paese, nei suoi strati profondi, nelle sue moltitudini laboriose, quelle che infine formano la base della nazione,  stanco, ha bisogno di quiete e tranquillit. (Commenti).
Questa Camera pu prendere una iniziativa del genere? Prima di tutto con quali uomini?
Si fa il nome dell'onorevole Nitti. Noi siamo avversar tenacissimi di quest'uomo. Siamo contrar contrar a tutta la sua politica e soprattutto ad una sua mentalit, che lo induce a misurare tutto il complesso fenomeno della storia umana sotto la specie del lato economista. (Commenti).
Nitti dunque  da escludere in questo momento. D'altra parte, dopo le sassate che l'onorevole Labriola tir nella piccionaia della democrazia unitaria, ci si domanda se questa non dovr avere un primo esodo degli elementi nittiani, perch l'uomo che l'onorevole Labriola voleva colpire era l'onorevole Nitti.
L'onorevole Giolitti? Verso questo statista convergono sempre delle grandi simpatie. Del resto la storia  una successione di posizioni logiche e sentimentali; non si rimane sempre fissi nell'eterno amore e nell'eterno rancore. La vita  un continuo riconquistarsi. Gli amici di ieri diventano i nemici del domani e viceversa: questa  la vita. (Commenti). E voi dovete pensare al portato del relativismo e delle teorie di moda. Ci  vero anche prescindendo da Einstein, che  un'intelligenza superiore. Non  mia volont parlare dell'onorevole De Nicola. Quest'uomo, piacendo a tutti, corre il rischio di dispiacere a tutti domani. (Ilarit, commenti).
La situazione politica non  veramente cambiata. Si aspettavano i congressi dei grandi partiti e ci sono stati. La situazione poteva esser data da un atteggiamento transigente di collaborazione del Partito Socialista; ha trionfato invece la tesi della intransigenza, sia pure formale.
La novit poteva essere data da un atteggiamento del Partito Popolare, cio da un atteggiamento anticollaborazionista. Ma il Partito Popolare  un partito di pragmatisti fenomenali, che fanno la storia giorno per giorno: relativisti avant les lettres, che non hanno nemmeno lo scrupolo di collaborare con la massoneria, che non hanno nemmeno lo scrupolo di collaborare coi socialisti e forse nemmeno con noi, purch sia data a loro una quota parte abbondante del bottino ministeriale. (Ilarit).
Dopo le elezioni io lanciai la candidatura dell'onorevole Meda, obbedendo a una logica di buon senso. Io dicevo: l'unico partito forte non solo nel Parlamento, ma nel paese, forte per tradizioni politiche, morali, religiose e anche per la sua costituzione organica di partito,  il Partito Popolare.  il pi numeroso che ci sia alla Camera: ha 107 deputati. Siccome il Partito Popolare non si ritira mai sull'Aventino ed  collaborazionista per definizione,  naturale che all'onorevole Meda tocchi logicamente il posto di presidente del Consiglio. Ma anche l'onorevole Meda pare che non voglia saperne, ragione per cui noi siamo ridotti al ministero dell'onorevole Bonomi, il quale non  un ministero di forza, ma  un ministero di comodo (commenti), cio il ministero che tutti accettano apertamente, ma che intimamente tutti sopportano.
L'iniziativa di una crisi non viene, dunque, dal paese e non pu venire, per la situazione immutata dei partiti, nemmeno dai partiti pi forti che siano alla Camera. Il Partito Socialista continua a rimanere sull'Aventino. C' la democrazia sociale-liberale, che chiameremo unitaria, a scopo di brevit dei nostri nominalismi politici. La democrazia unitaria non pu prendere essa stessa l'iniziativa di una crisi, perch rivelerebbe troppo apertamente il suo gioco. Il pubblico direbbe: siete appena nati, avete appena messo i denti e avete un appetito cos formidabile? (Commenti, ilarit).
E allora, signori, per uno di quei paradossi che non sono nuovi nella storia degli individui e dei popoli, e specialmente nella storia dei parlamenti, l'iniziativa di una crisi potrebbe partire dal ministero stesso o meglio dai ministri democratici del Gabinetto Bonomi, i quali, parodiando Leopardi, potrebbero dire alla loro democrazia: "il seggio che mi desti, ecco ti rendo!". (Ilarit). Ma non credo, e me ne appello al mio amico onorevole Gasparotto, non credo ci siano tra i componenti del Gabinetto attuale delle intenzioni cos manifestamente suicide. (Ilarit).
E allora la situazione, come vi dicevo,  per se stessa, per sua definizione, statica. Non ci potr essere una nuova combinazione ministeriale, se non quando i socialisti si decideranno a spezzare il cerchio della loro intransigenza puramente formale; sino a quando la democrazia unitaria non avr dato a se stessa un contenuto programmatico e una disciplina, che sino a oggi  totalmente mancata.
Noi votiamo contro il ministero; non per determinare delle crisi, perch noi siamo estranei a questo gioco per la nostra stessa posizione politica.
Lo faremo per dovere di coscienza. E avrei finito, onorevoli colleghi, se non dovessi rispondere qualcosa all'onorevole Ferri, che  stato assai temperato nel suo discorso.
Veramente non  il caso di intraprendere una discussione sul positivismo e sullo spiritualismo, e io non presumo di essere depositario di una verit qualsiasi; ma quando l'onorevole Enrico Ferri parlava di trapassi di civilt, enunciava una proposizione esclusiva; mi pareva di sentire la voce dei tempi lontani, come talvolta accade che il rombo dell'onda marina si oda ancora nel cavo di una vecchia conchiglia, abbandonata sopra un vecchio mobile di casa. (Ilarit).
Noi non ci intendiamo su questo terreno; voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato positivista, mai, nemmeno quando ero nel vostro partito. Non solo per noi non esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient'altro esiste; n voi, n quest'aula, n le cose e gli oggetti che passano nella cinematografia fantastica dell'universo, il quale esiste in quanto io lo penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. (Rumori).  l'anima, signori, che  ritornata.
Ora se voi partite da queste premesse spirituali, allora vi sono di quelli i quali non vogliono capire che il fascismo non  pi un fenomeno passeggero, ma  un fenomeno che durer, si trasformer. Io lotto per trasformarlo.
Perch qualche volta voi utilizzate quello che io vado dicendo contro gli stessi amici, come io utilizzo quello che dicono i comunisti contro gli anarchici, e gli anarchici contro i comunisti.
E voi, non volendo comprendere questo fenomeno, ed essendo incapaci di battervi sul terreno pratico per una ragione che io ho gi esposto, perch il vostro materiale umano  inefficente sul terreno della violenza, allora voi, con una contraddizione palese, formidabile, dite: dateci un Governo, che sarebbe un Governo borghese, ristabilite l'imperio della legge, voi vi spiegherete certi aspetti apparentemente paradossali del fascismo italiano.
Vi si pu dividere in due categorie di fronte al fascismo: alcuni di voi sono nella posizione del perfetto misoneista. (Bravo!).
Tutte le mattine vi alzate e domandate:  finito? Non  finito! Passa questo ciclone? Non passa! E allora negate ostinatamente come il medico aristotelico nel Dialogo dei massimi sistemi che negava la circolazione del sangue, pure dovendola ammettere poich la prova l'ammetteva.
Ma pur senza disturbare le grandi ombre dei trapassati, c' qualche cosa di recente che pu darci qualche spiegazione di questa vostra cecit.
Quando nel 1873 sorse a Milano il Partito Operaio, lo stesso, identico atteggiamento che voi tenete di fronte al fascismo, fu tenuto dagli uomini della democrazia. Ettore Croce, Cavallotti, Romussi, che erano dei grandi ingegni, non potevano concepire il sorgere di questa nuova forza destinata a spostare l'asse della lotta civile, a mutare la posizione di predominio politico e morale della democrazia.
Ripeto, voi ricorrete all'ausilio del Governo, chiedete protezione alla forza di un Governo, che  Governo borghese, e non sapete uscire da questa contraddizione in cui si annulla tutto il vostro programma. (Interruzioni all'estrema sinistra, vivi commenti).
Giunto al fine del mio discorso, io pongo il dilemma: o pacificazione o guerra civile.
L'onorevole Dugoni deve scegliere uno dei corni di questo dilemma, e deve dire se sceglie il primo o il secondo.
Noi ci sentiamo cos forti che non abbiamo esitazione su questo terreno. Io vi rispondo subito che noi accettiamo il primo corno del dilemma, la pacificazione (commenti), per delle ragioni umane, o signori, perch i morti sono pesanti per tutti (approvazioni) e anche per ragioni politiche.
Io ho l'impressione, notate, potrei sbagliarmi, che la coscienza europea vada ritrovando faticosamente se stessa dopo i lunghi erramenti del dopoguerra, e che ritorni sulla strada della saggezza. I sintomi abbondano. Ho l'impressione che il 1922 possa essere un anno fatidico, come lo fu il 1914, che segn lo scoppio della guerra mondiale, come lo fu il 1918, che segn la fine delle ostilit. Forse il 1922 vedr l'altra fine, con la revisione di tutti i trattati di pace, che non hanno dato e non potevano dare, sotto la mentalit di guerra, la pace al mondo. (Commenti).
L'Italia ha gi una parte assai grande nella determinazione dei nuovi destini del mondo.  necessario che cessi il nostro guerreggiare interno, in modo che l'attenzione dei nostri circoli dirigenti e dell'opinione pubblica del popolo italiano, nel suo complesso, sia portata oltre le frontiere, e concentrata su quegli avvenimenti che maturano e che sono destinati a trasformare ancora una volta la carta europea.
Perch il dilemma  questo: o una nuova guerra, o la revisione dei trattati! ("Benissimo!". Rumori, commenti).
Io ricordo che nel 1919, fra i postulati del programma dei Fasci di Combattimento, era detto chiaramente che si dovessero rivedere tutti quei trattati che contenessero in s il fomite di nuove guerre.
Ora, siccome le popolazioni, esaurite, stremate, sfinite, che vogliono vivere (oramai, a mio avviso, il pericolo della catastrofe per la nostra civilt  superato) non possono pensare alla guerra e devono premunirsi dalle guerre, ci potr essere dato solo dalla revisione dei trattati di pace.
 necessario allora che l'Italia si presenti nell'arringo delle nazioni unita, compatta, libera dai fastid d'ordine interno, in modo che possa dimostrare al mondo che ci guarda, perch ormai la nostra vita non  nazionale e nemmeno europea, ma mondiale, che l'Italia ha splendidamente superato la prova della guerra, che vuole la pace, e che dimostra con ci di essere in grado di iniziare il quarto e pi luminoso periodo della sua storia. (Vivissimi applausi a destra, rumori all'estrema sinistra, commenti, molte congratulazioni).
 UNO STILE
Che il fascismo abbia portato degli elementi nuovi nella vita politica italiana ed in genere nella vita nazionale,  fuori dubbio.
Da qualche tempo, ad esempio, i cortei di tutti i partiti non si svolgono pi come una volta, quando la folla seguiva disordinatamente delle bandiere come un gregge. Oggi i cortei di tutti i partiti sfilano inquadrati militarmente.
Tutti i partiti copiano il fascismo.
Non spetta a noi di rilevare la contraddizione in cui cadono certi partiti, i quali si proclamano antimilitaristi e poi fanno marciare i loro adepti militarmente inquadrati. Constatiamo il fatto. E ci basta.
Ora bisogna che il fascismo innovi radicalmente un altro lato della vita politica italiana: abolisca l'oratoria. Sopprima i discorsi: prenda l'eloquenza e le torca il collo, come ha consigliato quel tale poeta francese. Questa  la ragione per cui io declino tutti gli inviti che mi vengono da molte parti per tenere discorsi.
A parte il fatto che un uomo, il quale dedica ad un movimento la sua quotidiana attivit giornalistica, non ha tempo per preparare discorsi, c' un altro elemento da considerare nella ripulsa a questi inviti, che qualche volta mi commuovono: la lotta contro la mania oratoria; l'antipatia contro i discorsi inutili; il proposito di contribuire alla creazione di una Italia, che, dopo essersi attardata nel regno delle rimbombanti chiacchiere, entra finalmente in quello dei laconici fatti.
Sar felice il giorno in cui si potr dire di un oratore fascista che ha parlato per tre minuti e contando le sue parole si potr dire che non oltrepassavano il centinaio.
Ridurre l'eloquenza allo stretto necessario; limitare l'oratoria all'essenziale; sostituire il discorso commemorativo con altre manifestazioni pi austere e toccanti, significa migliorare anche in questo campo il nostro costume politico.
Il che rientra negli obiettivi fondamentali del fascismo.
Spero che i fascisti di tutta Italia leggeranno e mi daranno ragione.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 201, 18 dicembre 1921, VIII.
 PROGRAMMA
Il Consiglio nazionale fascista riunito a Firenze, ha assolto il compito che gli era stato assegnato dal congresso di Roma. Come gli amici ricordano, il congresso di Roma, in tema di programma, vot l'ordine del giorno Bianchi, secondo il quale il programma fascista prendeva le mosse dal discorso Mussolini, integrato da tutti gli altri discorsi di Grandi, Rocca e dalle mozioni votate sui particolari problemi. Veniva affidato al Consiglio nazionale l'incarico di riunirsi entro l'anno per dare al programma stesso veste dal punto di vista della forma definitiva. Ci  stato fatto a Firenze, in una riunione durante la quale la trattazione del programma  stata rapida, alta, serrata, e si  conclusa nella unanimit del voto per acclamazione. Il programma del fascismo, il cui testo verr prossimamente pubblicato su queste colonne,  una elaborazione collettiva, in quanto vi hanno recato l'ausilio della loro preparazione politica e culturale e della loro passione fascista tutti gli intervenuti all'assemblea di Firenze. Nel programma stesso viene raggiunta l'armonia fra le tesi d'ordine generale e le questioni d'ordine contingente; nel programma c' quanto basta per individuare nettamente, e si potrebbe dire brutalmente, la fisionomia del Partito Nazionale Fascista.
Il programma  esplicito in materia di antimonopolismo, di antiinternazionalismo, di antidemagogismo; e, dal lato positivo, afferma senza mezzi termini, quale predominante, il fattore e dato nazione, alla quale tutto dev'essere subordinato. In materia finanziaria, scolastica, militare, le posizioni del fascismo sono recise. Quanto alla questione agraria, c' il voto di Roma, che fissa la linea di condotta del fascismo di fronte alle formule vacue del socialismo. Vorremmo vivamente pregare tutti coloro che si occupano di fascismo di leggere attentamente il programma del Partito Nazionale Fascista.
Strano a dirsi! Molti di coloro che accusavano il fascismo di non avere un programma, confessano candidamente - essi - di non averne alcuno. Nemmeno i comunisti italiani, i quali riconoscono:
"Il comunismo non ha creduto di dare veste di documento ufficiale alla precisa delimitazione della propria ideologia, nel mentre il problema impellente era quello di raggruppare agli effetti della organizzazione e della lotta tutti gli elementi non degenerati del movimento proletario mondiale, anche se in parte fuorviati da mille scuole e sottoscuole e dalle loro pseudo-dottrine. N in questo suo congresso il nostro partito poteva prendersi una iniziativa di tal genere, assorbito com'esso  da una mole di compiti che poco consentono di concentrare una parte necessariamente preminente delle sue forze nel campo della elaborazione severamente dottrinale".
Il fascismo si  comportato esattamente nello stesso modo: primum vivere, deinde philosophari. E lasciando il latino: prima il fascismo ha voluto affermarsi come forza e capacit di vita (vivere, sapere e potere vivere  gi un programma massimo!); poi, sulle basi dei princip fondamentali che ispiravano la sua azione, il fascismo ha costruito a poco a poco l'edificio del suo programma teorico e pratico. Il quale programma non pu essere definito con una delle solite frasi rivelatrici di una incorreggibile poltroneria spirituale. Le parole di destra o sinistra, di reazione o rivoluzione, non sono nomenclature applicabili al programma fascista, il quale  reazionario di fronte alla tesi del socialismo e profondamente innovatore di fronte ad altre tesi.
Comunque il programma c'. Non  perfetto e non poteva esserlo. Non  definitivo e non pu esserlo, perch di parole definitive nella storia degli uomini non ce ne sono. Non dev'essere nemmeno considerato come un complesso di verit intangibili, non pi suscettibili di revisioni. Tutto ci  lontano dalla mentalit fascista. Il programma fascista  un altro elemento della nostra individuazione politica;  un terreno per l'intesa e per l'azione di tutte le nostre forze; rappresenta, infine, colle annesse responsabilit, la posizione storica del fascismo nella vita italiana.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 304, 22 dicembre 1921, VIII.
 LA GALLERIA DEI REDENTORI
QUANDO IL MITO TRAMONTA
Gli appelli di Nansen per il soccorso agli affamati di Russia diventano ogni giorno pi concitati e disperati. Nansen non  un bolscevico e, per il suo temperamento, non  nemmeno portato alle esagerazioni mentali. La realt spaventevole  sintetizzata in queste cifre: ci sono attualmente in Russia trenta milioni di uomini che soffrono la fame; se i soccorsi non arrivano con la massima sollecitudine, ben dieci milioni di essi sono condannati a morire; da parecchi mesi la fame e le malattie, che le fanno da sinistro corteo, mietono centinaia di migliaia di vittime nella parte pi debole della massa: donne e fanciulli. I governi borghesi muovono al soccorso, e anche l'Italia ha stanziato una prima somma di sei milioni di lire per i russi colpiti dalla carestia.
Quanto alle masse operaie, esse fanno poco e non possono fare che poco. A prescindere dalla crisi economica che travaglia i paesi occidentali, sta di fatto che milioni e milioni di lavoratori non sanno niente delle cose di Russia e non possono, quindi, commuoversi per ci che vi accade. Il movimento di soccorso e di solidariet non va oltre i confini delle masse operaie sindacate, le quali sono una esigua minoranza di fronte alla totalit della popolazione lavoratrice.
D'altra parte anche fra le masse che si potrebbero chiamare evolute e coscienti, la solidariet pro affamati di Russia non si  elevata alle sfere sublimi. Non  uscita dall'ordinaria amministrazione. Non si tratta soltanto di un intimo, per quanto diffuso, convincimento circa l'inutilit di ogni aiuto di fronte a tanta vastit di rovine, ma anche di un congelamento precipitoso della fase sovversiva, gi tesa verso le realizzazioni supreme e oggi delusa pel tramonto del mito. Questo trapasso psicologico, questa repentina evoluzione di stati d'animo, bisogna spiegarli e questa spiegazione non si trova se non pensando al modo col quale, durante un quarantennio di propaganda socialista, e specialmente in Italia, fu prospettata la realizzazione del socialismo. Distrutta la borghesia, toltole il potere politico e quindi economico, sia attraverso un voto parlamentare di maggioranza - o mirabile ingenuit dei tempi in cui si credeva alla legge della met pi uno! - sia attraverso un gesto rivoluzionario, ecco che si distendeva davanti agli occhi beatificati dei proletari il giocondo paese di cuccagna, con carne per tutti, vino per tutti, riposo per tutti, e, se si vuole, "rose, mirti, bellezza e piselli per tutti, piselli freschi non appena si sgranano dai gusci". L'ottimismo si spingeva sino a conclamare che, lavorando tutti con le braccia, pochi minuti di lavoro al giorno sarebbero bastati per soddisfare a tutte le esigenze corporali e spirituali, semplici e raffinate, dei fortunati cittadini della fortunata repubblica socialista.
Questa psicologia da terra promessa preesistente alla guerra - e contro la quale, bisogna riconoscerlo, si drizz la critica sindacalista che partiva da premesse filosofiche piuttosto pessimiste e da un pi concreto esame della realt e delle forze storiche - si potenzi e si esalt nell'immediato dopoguerra attraverso le influenze e le apoteosi del bolscevismo russo. "Ecco un popolo - si dissero i proletari di tutti i paesi e specialmente quelli italiani cos facili all'entusiasmo - ecco un paese che  terra promessa o alla vigilia di diventarlo". Liberi e ben pasciuti, con scarsi obblighi di lavoro e con disciplina a capriccio: cos in un primo e secondo tempo gli illusi proletari dell'occidente rappresentarono a se stessi i loro fratelli di Russia che avevano infranto le catene della schiavit borghese.
Invece... Andarono i primi missionari e constatarono che non c'era pane, non libert e molta disciplina di officina e di caserma, imposta anche col terrore. Allora il mito che bruciava le anime proletarie dell'occidente cominci a gelare. Poi vennero le raccapriccianti descrizioni della carestia, gli appelli angosciosi per soccorrere gli affamati, la descrizione delle citt abbandonate, delle campagne deserte e delle popolazioni condannate a morire nelle solitudini algide di un paese senza confini; e allora il buon proletario, educato dal socialismo ad una crassa e grassa concezione edonistica e pacioccona della vita, cominci a rallegrarsi in cuor suo di essere in Italia e non in Russia, di essere governato da Vittorio Emanuele e non da Nicola Lenin; il buon proletario, nel confronto, cominci ad apprezzare, ad adagiarsi, a quasi crogiolarsi nelle piccole comodit della sua vita, che vanno dall'osteria al cinematografo. Il che non gli imped di versare l'obolo pro Russia.
Il ciclo dei trapassi psicologici era concluso: il bolscevismo era spento nel cuore e nelle speranze di tutti, esclusi coloro che ci mangiano sopra. N poteva essere diversamente. La catastrofe russa coincide, per l'occidente, con la catastrofe del socialismo, inteso non come una costruzione faticosa e sanguinosa, ma come una grande razzia di ricchezza da effettuare a un dato momento.
D'altra parte c' da chiedersi: "Sarebbe il socialismo riuscito ad organizzare relativamente vaste masse di uomini, se non avesse in loro suscitate le aspettazioni da "terra promessa""? Quanti operai sarebbero andati al socialismo, se gli apostoli avessero proclamato che il compito di demolire la borghesia era forse il minore e che, una volta demolita la borghesia, tutto era da ricominciare?
Si pu rispondere: "Non molti". Si prefer l'altro metodo: quello che si potrebbe chiamare dell'"ottimismo facilone". Naturalmente, al contatto con la realt, tale ottimismo doveva andare in pezzi. Se ne pu dedurre che se le miserie e gli orrori del bolscevismo russo hanno ucciso il mito, tale fatto  stato possibile in grazia dell'orientamento che il socialismo aveva dato alla sua predicazione.
La tragedia  che il socialismo non pu imprimere altro marchio di fabbrica alle sue anime. Deve continuare ad essere uno specifico per la felicit dei proletari e di tutti gli uomini. Deve continuare a far credere che solo nel socialismo gli uomini saranno tutti liberi, tutti ricchi, tutti intelligenti, tutti felici. Il socialismo garantisce un minimo di felicit agli uomini: litro, pollo, cinema e donna. Ma nella vita la felicit non esiste.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 305, 23 dicembre 1921, VIII.
 PREFAZIONE AL PROGRAMMA
Il programma del Partito Nazionale Fascista non  stato formulato dal Consiglio nazionale tenutosi a Firenze fra il 19 e il 22 dicembre 1921. A Firenze si  data veste, in certo qual modo definitiva, ad una elaborazione programmatica varia e complessa e collettiva, iniziatasi sino dal marzo del 1919. Bisogna, per valutare il programma che chiameremo di Firenze, vedere da quale processo di chiarificazione e di selezione  stato preceduto. Il fascismo del 1919 fu un fenomeno milanese. Le sue diramazioni si limitavano a qualche decina di grossi centri urbani. La parola d'ordine programmatica di questo primo manipolo fu semplice: rivendicare l'intervento, esaltare la vittoria, lottare contro il bolscevismo.
La prima adunata nazionale di Firenze non formul, n poteva formulare, un programma. Nella seconda adunata nazionale, quella di Milano, del maggio 1920, le prime linee di un programma politico furono abbozzate. Ne uscirono quei Postulati teorici e pratici del fascismo, che, sino all'adunata di Roma, furono una specie di modesto vangelo di tutti i fascisti italiani.  sul finire del 1920 che il fascismo assume le proporzioni di un gigantesco movimento nazionale. Tale sviluppo, che ha del fulmineo e del prodigioso, si accentua per tutto l'anno in corso, che pu essere definito l'"anno fascista", inquantoch tutta la vita politica italiana - dal Parlamento alla piazza, ai giornali -  stata dominata e quasi ossessionata dal fascismo.
Dilatatosi in siffatta guisa il movimento, avendo assunto dirette responsabilit politiche d'ordine parlamentare ed avendo indirizzato la propria azione sul terreno economico e cooperativo, si faceva sempre pi manifesto che gli scheletrici postulati teorici e pratici di una volta non potevano pi bastare. Bisognava precisare, concretare, approfondire, assumere posizioni di responsabilit di fronte agli incalzanti problemi della nazione. Da ci la necessit di costituire il movimento in Partito e di dare al Partito un programma. Questa necessit trov il suo sbocco nel congresso di Roma, dal quale usc e il Partito e il programma. Questo programma  opera collettiva; prende le mosse dalle primitive affermazioni del fascismo; si integra coi discorsi di Roma pronunciati da Marsich, Grandi, Rocca ed altri; si ispira notevolmente agli statuti dannunziani di Fiume, i quali devono essere accettati e interpretati nello spirito e non gi nella lettera; esce dal terreno delle semplici negoziazioni - la qual cosa spesse volte ci fu rimproverata dai nostri pluricolori avversari - per entrare nel terreno delle affermazioni concrete di fronte a problemi concreti;  un tentativo riuscito, per quanto sempre arduo, di conciliare ed equilibrare la teoria colla pratica, l'ideale colla contingenza, l'assoluto necessario dei princip coll'inevitabile "relativo" della vita. Un programma, non un capolavoro. Il fascismo, per questo suo programma, non rivendica titoli di originalit. Di veramente originale non c' nulla al mondo e oggi  specialmente impossibile essere "originali" in politica. N titoli di priorit. N monopoli. Siamo i primi a riconoscere che il programma non  perfetto e ci sarebbe facile tramutare questa introduzione in una critica. Facile perch  soltanto ad opera compiuta che si possono vedere i difetti e i pregi. Sui princip basilari del programma fascista, non c' niente da dire: si tratta di posizioni teoriche che il fascismo prende di fronte allo Stato, alla nazione, al regime, alle corporazioni tecniche sul concetto di Stato o su quello di propriet. Li troviamo soddisfacenti e ci basta.
Ci sono alcuni punti che dovranno essere chiariti; quello che, ad esempio, riguarda l'eventuale revisione dei trattati di pace, argomento pericoloso e di attualit.
Cos dicasi della "scuola libera". Bisogna spiegare se si tratta di una richiesta di rinuncia totale da parte dello Stato del suo quasi monopolio scolastico medio od universitario o se invece si tratta di inaugurare un regime di concorrenza fra scuole di Stato e scuole libere.
Cos il problema corporativo o sindacale, che il programma delinea appena, dovr essere affrontato in pieno. Altrettanto dicasi di quello agrario, sul quale bisogna riferirsi, per il momento, alla mozione eminentemente progressista votata per acclamazione al congresso di Roma.
C' appena bisogno di dichiarare che il programma fascista non  una teoria di dogmi sui quali non  pi tollerata discussione alcuna. Il nostro programma  in elaborazione e trasformazione continua;  sottoposto ad un travaglio di revisione incessante, unico mezzo per farne una cosa viva, non un rudere morto.
Due cose importanti sono da considerare. Il programma, che ci conferisce una nostra potente individualit, deve costituire per i fascisti una norma di vita non soltanto politica, ma anche morale. Non basta avere un programma: bisogna tendere la volont ad approntare i mezzi per realizzarlo nel pi breve tempo possibile. Noi non cadiamo nelle illusioni miracolistiche dei sovversivi, i quali tutti si vantano di possedere il magico talismano per guarire ogni male; noi siamo abbastanza intelligenti e prudenti per astenerci dall'affermare che la salute all'Italia verr esclusivamente dall'attuazione del nostro programma. Non abbiamo queste stolte manie di grandezza. Il programma fascista  un programma onesto, sano, lungimirante e alieno da demagogiche lusinghe. Non trascura i problemi concreti per i quali scende anzi alla enumerazione dettagliata, ma si innalza altres ad una visione integrale dell'Italia che comincia da Vittorio Veneto un nuovo periodo della sua storia.
Lavorare con fede, con passione, con tenacia alla costruzione del nostro edificio ideale: ecco il compito al quale devono applicarsi le falangi vittoriose del fascismo, raccogliendo il monito e seguendo l'esempio dato dalle nostre centinaia di caduti per la causa fascista. Una grande missione e grandi responsabilit attendono il fascismo italiano. Da oggi il fascismo s'inserisce sempre pi intimamente nella vita della nazione.  inutile abbandonarsi ad anticipazioni sui futuri sviluppi del fascismo. Quello che ha compiuto sin qui - malgrado incertezze ed errori -  consegnato alla storia, ma non basta. Il fascismo pu assumere a sua orgogliosa divisa: pi alto, pi oltre!
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 309, 28 dicembre 1921, VIII.
 CONSUNTIVO
Alla fine dell'anno 1921, alla fine di un altro inevitabilmente tormentoso anno del dopoguerra, la domanda che sale spontaneamente alle labbra, l'esame che quasi automaticamente la coscienza impone a se stessa, si riassume in questo interrogativo: la situazione generale  migliorata? Situazione generale italiana, non europea o mondiale, poich in tal caso sarebbe necessario straripare dai limiti necessariamente angusti di un articolo di giornale.
La situazione generale italiana  migliorata,  stazionaria o  peggiorata? La crisi deve ancora giungere al suo punto culminante? O siamo gi entrati nel periodo di convalescenza? Per rispondere a queste domande, bisogna dividere l'esame e dedicarne una parte alla politica e l'altra all'economia. La situazione generale italiana, dal punto di vista politico,  migliorata. Per quanto lo Stato non sia ancora riuscito a ristabilire del tutto la sua autorit morale e politica,  certo che l'ordine pubblico non ha subito nel 1921 scosse troppo violente. Non c' stato niente nel 1921 che ricordi l'agitazione contro il caroviveri del luglio del 1919 o l'occupazione delle fabbriche del settembre del 1920. Col luglio, sono cessate le grandi spedizioni fasciste. Purtroppo la guerriglia non  finita, ma va spogliandosi a poco a poco di ogni bellezza o grandezza politica. Si tratta oramai di agguati o di risse da osteria, talch ci si domanda se invece delle solite grida contro il porto delle armi, non sarebbe pi efficace chiudere le osterie e le sale da ballo nei giorni di sabato e domenica.
Comunque, noi pensiamo che, nonostante le sinistre sobillazioni socialiste, anche questi sporadici residui della guerriglia civile dovranno una buona volta aver termine.
La situazione politica  migliorata per ci che riguarda la rappresentanza parlamentare. La Camera attuale  molto pi "nazionale" della precedente. Basta, per documentarlo, ricordare la vicenda di Misiano. Il fascismo ha corretto, in certo qual modo, l'atmosfera di Montecitorio, ma deve guardarsi dallo "strafare" e dallo scimmiottare il Pus.
Un problema che rimane  quello del Governo; problema grave e quasi insolubile, data l'attuale composizione della Camera, e finch non si abbia il coraggio di uscire dai binari tradizionali.
Dal punto di vista della politica estera, la posizione dell'Italia  piuttosto migliorata. Occorre per che la Consulta abbia una sicura direttiva, la quale non pu consistere nell'eterna funzione di intermediaria fra la tesi inglese e quella francese.
Quanto all'economia, quali indici abbiamo per vedere se si va verso il peggio o se siamo decisamente incamminati verso il meglio? Prendiamo il corso dei cambi e mettiamoli a confronto.
Il 27 dicembre del 1920 il listino dei cambi era il seguente: Francia, 173; Svizzera, 448; Londra, 104; New York, 29.
Il 27 dicembre del 1921 segna queste cifre: Francia, 180; Svizzera, 445; Londra, 94; New York, 23. La situazione dei nostri cambi  stazionaria per ci che riguarda il franco svizzero e francese;  leggermente migliorata nei riguardi della sterlina e del dollaro.
Bisogna riconoscere che il raffronto fra il 1920 e il 1921 non  consolante. Ci sono per altri elementi della situazione che possono attenuare il senso di pessimismo provocato dal raffronto dei cambi. La disoccupazione non  salita alle cifre paurose lanciate dai socialisti, i quali prevedevano ben tre milioni di disoccupati nell'inverno 1921-'22. La eccezionale siccit, con conseguente carestia di energia elettrica, aggrava in questo momento la situazione e quindi la disoccupazione; ma ci malgrado si notano, nelle industrie sane, i primi sintomi della ripresa. Le industrie artificiali sono in pi o meno dolosa e disastrosa liquidazione. Il pescecanismo borsistico  stato colpito gravemente. Bisogna evitare che sia ancora una volta salvato coi sudati denari del piccolo risparmio nazionale. Bisogna avere il coraggio di affermare, tracciando il consuntivo di questo 1921, che in un paragone fra masse operaie organizzate e parte della borghesia industriale, chi ne esce meglio  la massa operaia. Lo scandalo dell'Ilva ha documentato l'esistenza di un bolscevismo bianco o tricolore, di finanzieri o filibustieri d'alto bordo, pericoloso quanto il bolscevismo rosso. Durante tutto il 1921, la classe operaia italiana ha dato prova, in complesso, di un grande spirito di moderazione e di una grande saggezza. Ci sono stati, e non potevano mancare, vasti movimenti di classe, ma, tutto sommato, le vertenze si sono in massima parte risolte attraverso pacifici accordi, i quali hanno evitato scioperi generali distruttivi.
Nonostante tutte le vacue predicazioni internazionalistiche o massimalistiche in cui si attardano i professionisti del sovversivismo,  un fatto che la classe operaia italiana sta entrando nella realt dell'economia nazionale. Nelle campagne si  dovunque ripreso a lavorare: i trentasette milioni di quintali di frumento raccolti nel 1920 sono saliti a cinquantadue nel 1921.
Punti neri della nostra situazione economico-finanziaria: centoventi miliardi di debiti e cinque di deficit.
Riassumendo, si pu affermare che la situazione accenna a migliorare. Il quadro generale non pu essere a tinte luminose, ma non  nemmeno a colori foschi: domina il grigio o il chiaro-scuro. Attraversiamo uno dei periodi pi delicati della nostra convalescenza. Bisogna non abbandonarsi. Vigilare attentamente il decorso della crisi. E mettersi al lavoro. Con quell'accanimento, non privo di tragica grandezza, con cui la Germania vinta utilizza tutte le sue risorse, tutte le sue officine, tutti i suoi uomini e si getta ancora per tutte le strade del mondo, a ricominciare.
Se il fascismo perdesse il senso di questa suprema necessit di disciplina, di ordine, di lavoro, la sua missione nazionale sarebbe fallita.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 310, 29 dicembre 1921, VIII.
 VERSO L' EPILOGO
La crisi ministeriale sta rapidamente volgendo al suo termine per sboccare in un ministero di coalizione - altri ministeri non sono possibili e pensabili data la situazione - ministero che avr a capo uno di questi due uomini: Giolitti od Orlando, o, terza ipotesi, tutti e due.
Diciamo subito che questo non  il nostro ministero, non  il Governo migliore in senso assoluto; lo  in senso relativo, molto relativo: nel senso, cio, del meno peggio. Bisogner, per giudicare su elementi concreti di fatto, attendere il programma. Comunque questo ministero relega fra le eventualit dell'avvenire una reincarnazione di Nitti. A questo obiettivo e non altro tendeva la manovra congegnata dal Basilisco, in tenero accordo con quella faccia ed anima ripugnante che risponde al nome del demagogo nero Miglioli e con lo stratega (fama usurpata!) del pussismo montecitoriale Modigliani. Pronubo o mezzano l'on. Celli, uno zittellone del riformismo pi inacidito, grand'uomo oramai irreparabilmente mancato, sfruttatore del fascismo e segnato perci nella lista nera del fascismo abruzzese, che ricorder e far giustizia.
Alla mattina intanto l'on. Turati aveva avuto al Viminale un lungo colloquio con l'on. Bonomi, non pi "rinnegato e assassino", ma ridivenuto, attraverso gli incredibili acrobatismi morali e politici del Pus, il buon compagno, traviato ma pentito, della vigilia riformista. L'ordine del giorno Celli doveva provocare una reincarnazione Bonomi: ecco perch costui - con le orecchie ancora ronzanti dalle sollecitazioni turatiane - punt, nel suo discorso del pomeriggio, risolutamente il timone della sua barca verso l'estrema sinistra. Ma il ministero Bonomi reincarnato non era, non doveva essere che la passerella per un ministero Nitti-Modigliani da approntarsi fra sei mesi. Tutte queste manovre dovevano naufragare davanti non tanto alla contromanovra di Mussolini, come alla cristallina evidenza dei fatti.
La mia non fu una "manovra" nel senso obliquo che si pu dare alla parola entro e fuori Montecitorio. Il dubbio che il mio intervento nella discussione potesse apparire come dettato dalla necessit tattica della discussione mi rendeva esitante; ma le insistenze di tutti i colleghi fascisti, e in particolare dell'on. Federzoni (e ci valga a smentire le stolide insinuazioni del foglio cagoiano) e dell'on. Oviglio, vinsero le mie riluttanze. Non di una manovra si trattava, ma di una sincera rivendicazione di idee, che poteva sembrare strana e paradossale solo a coloro che non conoscono il fascismo.
L'ordine del giorno Celli non era un rospo per il fascismo, bens un rospo in proporzioni piramidali per il socialismo italiano, quello nato a Genova nel 1892 e morto l'altra sera nell'atmosfera asfittica di Montecitorio. Vi si parla di una "pacifica convivenza delle classi". Non pi di due classi, secondo il semplicismo delle dottrine socialiste, ma venti o duecento classi. Non pi la lotta tra queste classi, la lotta condotta fino all'annullamento della classe borghese da parte della classe proletaria, ma la "pacifica convivenza tra le classi".
Il fascismo non tende forse a questo? Non tende forse a conciliare il capitale e il lavoro nell'interesse superiore della produzione e della nazione? Libert di lavoro e di organizzazione? Ma se  per questo che il fascismo lotta da due anni nel tentativo oramai riuscito di infrangere i tirannici monopoli socialisti dalla Valle Padana al porto di Napoli.
Il fascismo, che fin dal suo nascere ebbe in programma la costituzione dei Consigli tecnici nazionali, non pu respingere l'idea di un "concorso delle rappresentanze lavoratrici nello sviluppo della legislazione sociale", come sta scritto nell'ordine del giorno Celli. Dire che esiste in Europa una specie di unit di interessi economici  ricalcare uno scritto di Mussolini che reca la data del 1 gennaio 1921 (quattordici mesi fa). E quanto agli egoismi e alle sperequazioni, quale nazione pi dell'Italia ne ha sofferti? Pare che i sinistri di nome e di fatto non pensassero all'Italia. Questo rivela ancora una volta la loro immutabile psicologia di lavoratori dello straniero.
Di crudeli egoismi e sperequazioni non soffrono soltanto Germania, Austria e Russia, ma soprattutto l'Italia vittoriosa. Questi crudeli egoismi mutilarono a Rapallo la nostra pace adriatica; questi crudeli egoismi delle nazioni plutocratiche ci hanno negato ogni modesta partecipazione al bottino coloniale, salvo la cosiddetta "gocciola del Giuba"; e, attraverso l'accaparramento esoso delle materie prime, ci hanno insidiato la necessaria autonomia della nostra vita economica.
Che il signor Celli pensasse ad altro quando stillava il suo ordine del giorno pu darsi e poco ci importa: l'essenziale  di stabilire, di documentare che esso non contrasta affatto collo spirito programmatico dell'azione fascista. La quale si adegua alle circostanze e agli ambienti.  di piazza o di Parlamento, a seconda dei casi. Non  mai pigra farneticazione di impotenti contemplativi, ma dura fatica quotidiana, aspro ed incessante travaglio. Poich non  questo il tempo per le attese ed i rinvii. Quando la casa brucia non si discutono le cause dell'incendio: si corre a spegnerlo. Quando la nave pericola non si disserta sulla rotta, ma si azionano le pompe. Quando la nazione soffre e si tortura nella faticosa crisi del dopoguerra bisogna agire giorno per giorno fino a che il pericolo ancora incombente di una catastrofe sia definitivamente passato.
A questi criteri generali, non ad obiettivi di ordine puramente parlamentare obbedirono i deputati fascisti quando sventarono la manovra di Modigliani, quando svergognarono il Pus col costringerlo a rinnegare nella maniera pi scandalosa se stesso e la sua tradizione nei suoi programmi, quando impedirono la risurrezione di Nitti.
Si comprende che i sinistri avessero, a seduta finita, l'aria di cani sonoramente legnati. Si erano sconciamente esibiti senza successo. Come i pifferi di montagna, anzi della montagna...
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 44, 21 febbraio 1922, IX.
 L'INDIRIZZO POLITICO DEL
PARTITO NAZIONALE FASCISTA
Come vi dicevo ieri, questa discussione in un certo senso  inutile, se si tratta di arrivare attraverso a questa discussione ad una modificazione programmatica, che non pu essere fatta che da un congresso nazionale. Ma  utile in quanto la situazione politica, economica, morale e nazionale del fascismo, muta di giorno in giorno; ragione per cui necessita di quando in quando prospettarci tutti gli elementi della situazione per vedere quale tattica noi dobbiamo seguire di fronte alla nuova situazione di fatto.
Dopo l'articolo di Grandi, che tutti avrete letto, il dibattito ha esaurito gran parte del suo interesse perch Grandi ha fissato chiaramente i termini di questo preteso dissidio. In gran parte tutti i dissidi sono dissidi di temperamento e di mentalit e di stato d'animo. Vi sarebbero, insomma, due concezioni: quella del colpo di Stato, e della marcia su Roma, e l'altra, che  la mia da due anni a questa parte. Ora bisogna sappiate che in un certo periodo di tempo non ho escluso dai calcoli delle probabilit la rivoluzione violenta, come non la escludo in modo assoluto per il domani. Non si pu ipotecare l'avvenire.
Oggi si tratta, come dice Grandi nel suo articolo, di inserire, sempre pi intimamente e profondamente, il fascismo nella vita totale della nazione italiana. Bisogna intanto porsi dinanzi agli occhi tutti gli elementi della situazione, assai complessa: la situazione economica accenna a migliorare; i cambi sono stabilizzati e c' un sintomo di ripresa industriale. Gli operai hanno superata l'ondata di pigrizia ed hanno una manifesta riluttanza a scioperare. Evidentemente, per dirla in volgare, gli operai non vogliono rinunziare all'uovo oggi per la ipotetica gallina social-comunista di domani.
Quanto alla situazione politica, ecco alcuni elementi degni di rilievo; spuntano da ogni parte giornali nittiani; l'Epoca, il Mondo, il Paese, ed a Milano il Secolo ed altri minori. Alcuni di questi giornali nittiani, sembra tendano a circuire elementi che vivono in margine al fascismo.  sintomatico che taluni legionari, dopo avere inclinato al comunismo, trovano larga ospitalit sul Mondo, organo di quei nittiani che una volta sputarono tutto il veleno della loro anima obliqua contro D'Annunzio e l'impresa di Fiume. Quando io parlo di dittatura militare non bisogna intendere che essa sarebbe esercitata necessariamente e soltanto come forza di reazione contro gli operai e i contadini. Niente affatto. I primi ad essere puniti sarebbero qualche dozzina di bolscevichi borghesi, pi o meno "democratici", che hanno fatto all'Italia certamente tanto male quanto ne hanno fatto gli incoscenti e fanatici del Pus.
La tendenza di molte forze politiche di sinistra e del centro  chiara. Si cerca di isolare moralmente e materialmente il fascismo. Il voto della Camera non ha molta importanza: 82 contro 71. Si dir che  un voto raccattato all'ultima ora. Dovete per considerare che all'estero la vita politica di una nazione appare attraverso le discussioni parlamentari.
In Europa si  constatato che il Parlamento italiano ha isolato il fascismo. La nostra situazione oggi non  dunque brillante. Ed  per questo che mi piace lottare. Quando il vento  in poppa, tutti sono capaci di tenere il timone. Traccio la situazione colla freddezza di un clinico. Quell'alone di simpatia che ci segu nel 1921 si  attenuato. Popolari, repubblicani, socialisti, comunisti, democratici, ci sono contro. Non faremo pi assolutamente blocchi. I democratici che hanno utilizzato i nostri giovani deputati per presentarsi alle folle ed oggi li abbandonano, dovranno pagare la loro truffa. Il fascismo nelle prossime elezioni cercher di determinare la massima ecatombe dei deputati appartenenti all'equivoca sinistroide plutocratica democrazia parlamentare. (Applausi).
Chi sono i nostri amici? I liberali sono ancora quelli che non ci fanno la forca. Questi liberali in fondo sono innocui: hanno una simpatia per noi come in genere i vecchi hanno simpatia per i giovani. Ma io comincio a diffidare energicamente delle attestazioni di simpatia dei nazionalisti. Non vorrei che essi fossero i pescicani del fascismo; che ci sfruttassero e si arricchissero alle nostre spalle. Intanto non faremo pi il loro gioco parlamentare, che consiste nel farci fare le parti di forza. L'on. Misuri, che continua a rivolgermi delle epistole chilome-triche, dopo essere stato convalidato dal fascismo, passa al nazionalismo e il nazionalismo lo accoglie. Riassumendo noi non abbiamo amici. Le simpatie del vasto pubblico si sono attenuate e sono in ogni caso mutevoli.
Dobbiamo contare solo sulle nostre forze; sulla nostra saggezza e sulla nostra fede. Perch accanto ai pericoli esterni del fascismo, vi sono anche i pericoli interni. Bisogna che la Direzione del Partito sia straordinariamente severa nel soffocare tutti quei tentativi di secessionismo automatico, alcuni dei quali possono spiegarsi per ragioni passionali (come a Firenze), ma altri hanno un carattere grottesco, come a Taranto.
Un altro fatto sul quale richiamo la vostra attenzione  quello di un possibile contrasto o meglio della possibilit che gli elementi squadristi possano ad un dato momento imporre la loro volont agli elementi dirigenti politici del fascismo. Questo pericolo  stato sempre chiaro agli occhi dei dirigenti. Ora bisogna dire due cose: prima di tutto che bisogna mantenere in assoluta efficenza tutto il nostro esercito, il suo inquadramento, il suo attrezzamento. Non bisogna farsi illusioni che la bestia social-comunista abbia rinunziato alla lotta, malgrado i suoi pianti e le sue false lamentazioni.
D'altra parte per bisogna evitare il pericolo che questi elementi diventino materia malleabile per tutti quelli che vogliano figurare per poco o per molto come i capitani di ventura del fascismo.
Poich di blocchi non si parler pi, bisogner affrontare il problema dell'elezionismo. Bisogna sapere se siamo parlamentari o antielezionisti. Ed in questo caso saremo con gli anarchici o con i mazziniani puri.
Gli uni e gli altri non contano affatto come forza politica. Bisogna che il fascismo dichiari nettamente che  elezionista e cio che partecipa coscientemente alla lotta elettorale. La volta scorsa abbiamo fatto i blocchi; la prossima volta non li faremo pi. Ma tutti i partiti sono elezionisti: i comunisti ed i nazionalisti stessi. E nessuno mai ha avuto paura che il parlamentarismo sia l'infangatore di tutte le coscienze. Nello stesso Parlamento italiano vi sono stati uomini e ve ne sono ancora che in trenta anni di vita parlamentare si sono mantenuti onesti e illibati. Se uno  corruttore e corrompibile, lo sar anche fuori del Parlamento. E soprattutto bisogna dire che  ora di non tenere i deputati nello stesso conto nel quale erano tenuti dai socialisti: di farne la testa di turco ad ogni occasione.
Non deve essere permesso diffamare uomini come quelli che siedono sui nostri banchi. Non  permesso chiamarli complici della delinquenza nazionale. E soprattutto non bisogna credere che noi siamo l per tramare, per fare la politica di corridoio. E non bisogna credere che questi corridoi siano una specie di misteriose catacombe dove si va a cospirare. Il fascismo fa parte della maggioranza: benissimo. Deve forse imitare il Partito del Rinnovamento, che alla fine si  sbandato senza nulla avere combinato?
Non bisogna nemmeno escludere l'eventualit di una partecipazione dei fascisti al potere dello Stato. Bisogna affermare che se domani sar necessario ai fini supremi della nazione, i fascisti non esiteranno a dare i loro uomini al governo dello Stato.
Si dice: ritorniamo alle origini! Alle origini non si ritorna. Il grido ritornare alle origini applicato nella vita e nella storia  di una imbecillit perfetta:  il preciso sintomo della impotenza senile. Il fascismo  grande perch  nato da un piccolo gruppo e da una immensa passione; ma oggi  grande anche perch si  sviluppato e non  rimasto una conventicola di impotenti. Se uno resta alle origini resta bambino. La forza  di non ritornare alle origini. Non  possibile storicamente e moralmente tale ritorno. D'altra parte non c' da attendere.
A Milano, l'on. Grandi disse due cose importanti: che il fascismo doveva considerarsi come una sintesi eretica e di tre movimenti a loro volta eretici; e disse anche che il fascismo non doveva rimanere sulla montagna, ma scendere sulla pianura della realt. E ci perch il mondo oggi va in fretta. Noi oggi siamo gi dei veterani. La nazione oggi non pu attendere: essa  malata moralmente ed economicamente. Sarebbe ridicolo, bestiale e criminoso che noi in questo momento eccezionale imitassimo il gesto prudente di Ponzio Pilato.
E veniamo alla violenza. Bisogna avere il coraggio di dire che c' una violenza fascista legittima e sacrosanta. Ma mettersi dietro una siepe, andare nelle case, non  fascista. Non  umano e non  italiano. Anche la cronaca delle bastonature deve finire. A poco a poco si determina uno stato d'animo negativo nei nostri confronti. A poco a poco la opinione pubblica si allontana da noi. Bisogna ridurre la violenza alla legittima difesa.
La conclusione  questa: permettere al fascismo parlamentare di agire e non vessarlo, con un pignolismo critico, deprimente e intollerabile; mantenere in efficenza le nostre squadre perch sono una garanzia del nostro movimento e delle nostre idee; imporre assolutamente l'egemonia del pensiero politico fascista; e, soprattutto, mantenersi fedeli al nostro statuto e al nostro programma.
Bisogna avere uno spirito un po' largo di tolleranza. Non possiamo essere tutti uguali: appunto in questa variet  la forza e la bellezza della vita.
Ho fiducia nel movimento fascista soprattutto ora. Perch credo che a poco a poco tutti questi elementi venuti a noi da tante parti finiranno per amalgamarsi.  un'opera un po' difficile, ma non impossibile.
Il Partito Fascista deve essere Partito di azione politica, non frammentaria o caotica e profittatrice per certi individui e per certe categorie. Deve essere un movimento di realizzazione in cui ognuno, capo e gregario, si affatica giorno per giorno coll'animo e la volont tesa verso la mta: il benessere e la grandezza della nazione italiana. (Il discorso di Mussolini  coronato da unanimi, calorosi applausi). 
(Da Il Popolo d'Italia, Nn. 80, 81, 4, 5 aprile 1922, IX).
 POLITICA INTERNA DOPO LA VISITA
Mentre i giornali monarchici milanesi - non esclusa la molto vecchia, ma sempre rispettabile Perseveranza - non trovano niente da ridire sul contegno tenuto dai fascisti in occasione delle tre giornate regali, salta in cattedra il Giornale d'Italia ad impartirci una lezione e a definire come "balorda" la decisione dei fascisti milanesi.
Di balordo, come spesso accade, non c' che una cosa sola: il commento del giornale romano, il quale si  foggiato un fascismo suo speciale, che dovrebbe essere pi realista del re. N vale citare l'atteggiamento del Fascio fiorentino, perch i fascisti che acclamarono il principe ereditario appartengono al gruppo autonomo recentemente costituitosi in quella citt e per motivi d'ordine puramente personale. Comunque, il Giornale d'Italia, colle sue arie di padre nobile censore, dovrebbe sapere che i partiti hanno una ragion d'essere e possono ripetere titoli di probit, e pretendere il rispetto del pubblico, soltanto quando seguono la loro intima e sostanziale linea di coerenza. Altrimenti sono turbe di saltimbanchi. Il Giornale d'Italia, prima di sputare le sue sentenze, avrebbe dovuto ricordarsi che se il suo fascismo non  repubblicano, non  nemmeno monarchico. La posizione di fronte ai regimi e alle loro vicende  stata chiaramente fissata nelle sue tavole programmatiche fondamentali.
"Il Partito Nazionale Fascista subordina il proprio atteggiamento di fronte alle forme delle singole istituzioni politiche, agli interessi materiali e morali della nazione, intesa nella sua realt e nel suo divenire storico".
Cos sta scritto nel nostro statuto e finch tale statuto non sia cambiato, il fascismo in genere non pu seguire altra tattica all'infuori di quella adottata - con unanimit piena - dai fascisti milanesi. I quali - anche nella recente occasione - hanno dato prova della pi squisita maturit politica seguendo a puntino - dal primo all'ultimo - le prescrizioni del Direttorio. Dal primo all'ultimo, dico, poich l'incontro personale e occasionale di Mussolini col Sovrano non poteva avere e non ha avuto carattere politico che impegnasse in qualsiasi modo il fascismo milanese e di ci tutti i fascisti e il Direttorio stesso si sono resi facilmente e perfettamente conto.
Certo, una sfilata dei fascisti milanesi avrebbe porto al re e agli altri dignitari che lo circondavano l'occasione di vederci e conoscerci un po' da vicino e data l'idea della nostra invincibile potenza. Ma questo non si poteva n si doveva fare poich si sarebbero violate le norme programmatiche che reggono la milizia fascista. Tutto ci  chiaro, anche per le oche del Campidoglio e dovrebbe esserlo anche per i paperi che, ai piedi dei ruderi capitolini, scrivono sui giornali e la fanno da padri eterni. Del resto il fascismo milanese era il grande assente ed era il grande presente. La sua presenza era nell'aria e nell'anima e sulle bocche di tutti.
Assai complessi sono i motivi per i quali il popolo di Milano ha accolto cos festosamente Vittorio Emanuele III. L'Avanti! pu bofonchiare finch vuole, ma la realt  superiore alle sue stolide freddure. La realt  che il popolo milanese ha salutato il re con grandi manifestazioni di simpatia. Anche la curiosit era in gioco, ma la curiosit  gi una forma iniziale di simpatia. Comunque  difficile stabilire e dosare gli elementi di ordine psicologico - quindi imponderabile -che hanno sospinto verso il re masse imponenti di popolo, ed  anche superfluo. Ma quello che bisogna dire e ripetere - in verit questa constatazione circolava fra la moltitudine -  che il merito di questa situazione fortemente cambiata spetta in massima parte ai fascisti. Non solo a quello milanese, che si batteva esattamente tre anni fa, ma al fascismo italiano.  il fascismo che ha spezzato - lo vogliano o non lo vogliano i profittatori della sesta giornata o i facili dimenticoni - la tirannia rossa;  il fascismo che ha smantellato i fortilizi rossi, fatto crollare gli idoli di creta, disperso gli eroi della Rivoluzione;  il fascismo soprattutto che ha tenuto vivo lo spirito della vittoria; che ha ridicoleggiato le buffe favole sociali del collettivismo, gabellate agli occhi degli imbecilli come intangibili verit scientifiche;  il fascismo che ha messo o rimesso nella circolazione dell'intelligenza italiana certi concetti che il secolo democratico e demagogo pareva avesse banditi per sempre: i concetti, cio, di ordine, di tradizione, di disciplina, di gerarchia, di responsabilit. Da questa rinnovazione di valori, trae vantaggio anche l'istituto monarchico e non siamo cos ingenui da non riconoscerlo, ma il maggiore vantaggio ricade sulla nazione, che a poco a poco va formandosi una sua ossatura morale, che la tiene egualmente lontana dalle incrostazioni statiche, come dagli acrobatismi avveniristici.
Le prime per non perdere il passato rinunciano all'avvenire; gli altri per anticipare l'avvenire rinnegano il passato.
La saggezza umana e la fortuna dei popoli consiste nell'equilibrare i due princip opposti, ognuno dei quali  vitale, purch non sia assoluto. Questi sono i princip dell'etica fascista e questi princip hanno ispirato l'atteggiamento del fascismo milanese.
Che i nazionalisti, i quali sono pregiudizialmente monarchici, abbiano reso omaggio al re, non pu meravigliare nessuno, mentre avrebbe meravigliato precisamente il contrario; ma i fascisti, che "non" sono pregiudizialmente monarchici, non potevano confondersi coi nazionalisti.
Nei giorni scorsi, come quelli che furono o che verranno, i fascisti - pure assistendo con rispettosa discrezione e riserbo alle manifestazioni degli altri - rappresentarono e rappresenteranno la forza e la riserva suprema, sulla quale - al disopra delle forme politiche pi o meno effimere - la nazione pu sicuramente contare.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 91, 16 aprile 1922, IX.
 PASSATO E AVVENIRE
Il fascismo italiano si raccoglie oggi attorno ai suoi mille e mille gagliardetti, per celebrare la sua festa e quella del lavoro nell'annuale della fondazione di Roma. La manifestazione riuscir severa e imponente, anche nei centri dove  stata vietata dalla polizia dietro ordine di un Governo che non sa e non vuole scegliere tra forze nazionali e forze antinazionali e finir per morire di sua lacrimevole ambiguit.
La proposta di scegliere quale giornata del fascismo il 21 aprile, part da chi traccia queste linee e fu accolta dovunque con entusiasmo. I fascisti intuirono la significazione profonda di questa data.
Celebrare il natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civilt, significa esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l'avvenire. Roma e Italia sono infatti due termini inscindibili. Nelle epoche grigie o tristi della nostra storia, Roma  il faro dei naviganti e degli aspettanti. Dal 1821, dall'anno in cui la coscienza nazionale si sveglia e da Nola a Torino, il fremito unitario prorompe nell'insurrezione, Roma appare come la mta suprema. Il grido mazziniano e garibaldino di "Roma o morte!" non era soltanto un grido di battaglia, ma la testimonianza solenne che senza Roma capitale, non ci sarebbe stata unit italiana, poich solo Roma, e per il fascino della sua stessa posizione geografica, poteva assolvere il compito delicato e necessario di fondere a poco a poco le diverse regioni della nazione.
Certo, la Roma che noi onoriamo, non  soltanto la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma dalle gloriose rovine fra le quali nessun uomo civile si aggira senza provare un fremito di trepida venerazione. Certo la Roma che noi onoriamo non ha nulla a vedere con certa trionfante mediocrit modernistica e coi casermoni dai quali sciama l'esercito innumerevole della travetteria dicasteriale. Consideriamo tutto ci alla stregua di certi funghi che crescono ai piedi delle gigantesche quercie.
La Roma che noi onoriamo, ma soprattutto la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo,  un'altra: non si tratta di pietre insigni, ma di anime vive; non  contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell'avvenire.
Roma  il nostro punto di partenza e di riferimento;  il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l'Italia romana, cio saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano  il Littorio, romana  la nostra organizzazione di combattimento, romano  il nostro orgoglio e il nostro coraggio: "Civis romanus sum". Bisogna, ora, che la storia di domani, quella che noi vogliamo assiduamente creare, non sia il contrasto o la parodia della storia di ieri. I romani non erano soltanto dei combattenti, ma dei costruttori formidabili che potevano sfidare, come hanno sfidato, il tempo.
L'Italia  stata romana, per la prima volta dopo quindici secoli, nella guerra e nella vittoria. Dev'essere ora romana nella pace; e questa romanit rinnovata e rinnovantesi ha questi nomi: disciplina e lavoro. Con questi pensieri, i fascisti italiani ricordano oggi il giorno in cui 2757 anni fa - secondo la leggenda - fu tracciato il primo solco della citt quadrata, destinata dopo pochi secoli a dominare il mondo.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 95, 21 aprile 1922, IX.
 L' ULTIMO DISCORSO DAL BANCO DI DEPUTATO
Onorevoli colleghi!
La Direzione del Partito Nazionale Fascista ha invitato il Gruppo parlamentare fascista a passare all'opposizione, cio a votare contro il ministero Facta. Io sono sicuro che tutti i miei colleghi deputati fascisti ottempereranno a quest'ordine tassativo. (Commenti).
Le ragioni che ci spingono a questa decisione, la quale pu avere anche delle ripercussioni in seno a quella che si costuma chiamare la destra nazionale, sono ragioni d'ordine squisitamente politico e che prescindono, in un certo senso, dalla situazione prettamente parlamentare.
In fondo, onorevoli colleghi, mi pare che sia l'ora di diradare tutti gli equivoci, e in questa Camera di equivoci, a mio avviso, ce ne sono quattro: l'equivoco collaborazionista, l'equivoco popolare, l'equivoco Facta e l'equivoco fascista. (Commenti. Vella: "E l'equivoco democratico!").
Cominciamo dall'equivoco collaborazionista. Si tratta di vedere se questa famosa collaborazione sia una vescica piena di vento o un apporto concreto al governo di domani. Dalle statistiche parlamentari, da quel che gi si vede, si pu arguire che la collaborazione socialista, oramai, pu essere definita le nozze con i fichi secchi. (Commenti). Non sono pi di sessanta i deputati socialisti disposti a votare per un ministero che nasca con programmi di antifascismo. Ma questo ministero, onorevoli colleghi, si troverebbe domani di fronte non solo alla opposizione fascista, ma anche alla opposizione di quel terzo partito socialista, che sorgerebbe inevitabilmente dalle assisi di Roma, quando i collaborazionisti si presentassero col fatto compiuto.
Ora vi dico brutalmente che abbiamo tutto l'interesse, giacch oramai il corso delle cose  fatale e inevitabile, che il socialismo si divida sempre pi, che ne sorgano tre o trenta di partiti socialisti, perch dopo essere stato religione, dopo essere divenuto chiesa e setta e bottega, sar pi facile batterlo diviso che non unito. (Commenti).
Bisogna anche chiarire la posizione del Partito Popolare, il quale  travagliato da una crisi che ha gi avuto delle manifestazioni significative, anche se non importanti dal punto di vista numerico.
Io non credo che tutto il Partito Popolare italiano possa seguire il comunismo, che  stato definito nero, dall'onorevole Miglioli. Io non credo che il mondo cattolico italiano, da distinguersi dal Partito Popolare, che  massone (commenti, rumori al centro; Degni: "Questa  malafede; non ne avete quattordici dei massoni?"; rumori a destra, commenti), possa abbracciarsi con quei socialisti che sino a ieri, e anche oggi, avevano sulla loro bandiera: n Dio, n padrone! E poi il Partito Popolare non pu rimanere continuamente nella posizione di fortuna in cui si  trovato fino ad oggi. Il Partito Popolare fa delle pressioni continue sul Governo, che si possono chiamare ricatti. (Interruzioni e commenti al centro).
Non ama il Partito Popolare, non ha mai amato, e non ha mai sostenuto efficacemente il Gabinetto Facta. Scusate se l'immagine  un poco ordinaria: voi siete dei topi dai denti aguzzi, che state nel formaggio ministeriale per divorarvelo. (Applausi a destra, ilarit, commenti).
Quanto alla democrazia, altro equivoco, che ho incontrato per la strada, si deve dire che anch'essa non  animata dai pi accesi entusiasmi per il Governo dell'onorevole Facta. Finalmente, onorevole Facta, io vi dico che il vostro ministero non pu vivere, perch ci  indecoroso anche dal semplice punto di vista umano; il vostro ministero non pu vivere, o meglio vegetare, o meglio ancora trascinare la sua vita, in grazia della elemosina di tutti coloro che vi sostengono, come la tradizionale corda sostiene il non meno tradizionale impiccato. Del resto, le vostre origini sono l ad attestare il carattere del vostro ministero. Io scommetto che il primo ad essere sorpreso di diventare presidente del Consiglio, siete stato precisamente voi. (Si ride, commenti. Tovini: "Questo  il premio").
Tutti ricordano che alla vigilia della conferenza di Genova occorreva che l'Italia avesse un governo qualsiasi: cos  sorto il Gabinetto Facta, il quale si  messo in una situazione di necessit. Ma noi, on. Facta, almeno teoricamente, abbiamo cercato di superare la contraddizione che ci tormenta tra il volere l'autorit dello Stato e il compiere spesso delle azioni che certamente non aumentano la forza di questa autorit. Ed io deploro, on. Facta, le misure che avete prese contro i funzionar che rappresentavano il Governo a Cremona; perch quei funzionar hanno seguito le vostre direttive. (Commenti all'estrema sinistra). Se non hanno ordinato di fare fuoco contro i dimostranti fascisti, evidentemente  perch voi, e giustamente, siete contrario ad ogni effusione di sangue. (Approvazioni).
Non dovevate soprattutto punire il rappresentante del potere giudiziario a Cremona, quando quei funzionar meritavano il vostro plauso. Ed anche il vostro discorso non pu piacere agli uomini che siedono da questa parte della Camera.
Il punto centrale del vostro discorso  stato un aspro richiamo alla magistratura, un aspro richiamo ai funzionar in genere; con ci avete dato l'impressione che gli organi esecutivi dell'autorit dello Stato siano insufficenti, deficenti o complici di una delle fazioni che lottano attualmente nel paese.
Io devo dire invece che la magistratura italiana  ancora una delle poche gerarchie statali contro le quali sia assai difficile elevare critiche fondate, e che non partano da presupposti di ordine personale o di partito. (Approvazioni a destra, commenti). E poi il Governo ha l'obbligo di coprire i suoi funzionar, di assumere esso le sue responsabilit. Il generale non punisce l'ultimo caporale. (Approvazioni, commenti).
Ci sono altri elementi di critica contro il Governo Facta, da parte nostra, e per la politica finanziaria e per la politica estera.
D'altra parte la Camera deve prendere atto che il fascismo parlamentare, uscendo, come fa in questo momento, dalla maggioranza, compie un gesto di alto pudore politico e morale. Non si pu essere parte della maggioranza, e nello stesso tempo agire nel paese come il fascismo  costretto per ora ad agire. (Commenti).
Il fascismo risolver questo suo intimo tormento, dir forse fra poco se vuole essere un Partito legalitario, cio un Partito di governo, o se vorr invece essere un Partito insurrezionale, nel qual caso non potr pi far parte di una qualsiasi maggioranza di governo, ma probabilmente non avr neppure l'obbligo di sedere in questa Camera. (Vivi commenti).
Questo che io ho chiamato equivoco fascista, sar risolto dagli organi competenti del nostro Partito.
Ora, date queste mie dichiarazioni, voi comprendete subito che il problema della successione ci preoccupa fino ad un certo punto.
Io vi dichiaro con molta schiettezza che nessun governo si potr reggere in Italia quando abbia nel suo programma le mitragliatrici contro il fascismo. (Interruzioni, commenti, applausi a destra). Io non so neanche se questo sar possibile, perch potrebbe darsi, anche per uno di quei paradossi assai frequenti nella politica e nella storia, che il Gabinetto il quale sorgesse sotto auspic e con origini nettamente antifasciste, fosse costretto a fare verso di noi una politica di grande liberalismo (commenti), perch il non farla gli procurerebbe assai maggiori noie. (Commenti).
D'altra parte, noi nel paese abbiamo forze molto numerose, molto disciplinate, molto organizzate. Se da questa crisi uscir un governo che risolva il problema assillante, angoscioso nell'ora attuale, cio il problema della pacificazione, inteso come una normalizzazione dei rapporti fra i diversi partiti, noi lo accetteremo con animo lieto, e cercheremo di adeguare tutti i nostri gregar alla necessit, sentita, del resto, intimamente da parte della nazione, alla necessit di ordine, di lavoro e di disciplina. Ma se, per avventura, da questa crisi che ormai  in atto, dovesse uscire un governo di violenta reazione antifascista, prendete atto, onorevoli colleghi, che noi reagiremo con la massima energia e con la massima inflessibilit. (Commenti). Noi, alla reazione, risponderemo insorgendo. (Applausi a destra, commenti, rumori. Presidente: "Facciano silenzio").
Io debbo, per debito di lealt, dirvi che dei due casi che vi ho test prospettati, preferisco il primo, e per ragioni nazionali e per ragioni umane. Preferisco cio che il fascismo, che  una forza, o socialisti, che non dovete pi ignorare, e non dovete nemmeno pensare di distruggere, arrivi a partecipare alla vita dello Stato attraverso una saturazione legale, attraverso una preparazione alla conquista legale. Ma  anche l'altra eventualit, che io dovevo, per obbligo di coscienza, prospettare, perch ognuno di voi, nella crisi di domani, discutendo nei gruppi, preparando la soluzione della crisi, tenga conto di queste mie dichiarazioni, che affido alla vostra meditazione e alla vostra coscienza. Ho finito. (Vivi applausi all'estrema destra, commenti prolungati).
 NOI E IL PARTITO POPOLARE
Gli ultimi avvenimenti di carattere non soltanto parlamentare hanno posto nettamente sul tappeto il problema dei nostri rapporti col Partito Popolare Italiano. Giova a tal uopo precisare le nostre posizioni mentali e pratiche. Fu detto e ripetuto a saziet che il fascismo non  un movimento antireligioso. Esso non si propone di bandire, come pretendevano orgogliosamente e stupidamente insieme, talune parole materialistiche, "Dio dal cielo e le religioni dalla terra". Il fascismo non considera la religione come una invenzione dei preti o un trucco dei potenti a scopo di dominazione sulla povera gente. Tali idiote spiegazioni del fenomeno religioso appartengono all'epoca del pi degradante anticlericalismo.
Non antireligioso in genere, il fascismo non  anticristiano o anticattolico in particolare. Il fascismo vede nel cattolicismo lo sfogo gigantesco e riuscito di adattare ad un popolo come il nostro una religione nata in Oriente fra uomini di altra razza e di altra mentalit. Il cattolicismo  la sintesi fra la Giudea e Roma, fra Cristo e Quirino.  la religione praticata da secoli e secoli dall'enorme maggioranza delle popolazioni italiane. Universale, perch creato sull'armatura di un impero universale, il cattolicismo fa di Roma uno dei centri pi potenti della vita dello spirito religioso nel mondo. Come si vede, la posizione del fascismo di fronte al cattolicismo  ben diversa da quell'anticlericalismo in voga nell'Italia mediocre dell'anteguerra.
Eppure, ci malgrado, il Partito Popolare Italiano, che si vanta di essere cristiano e cattolico, fa combutta coi socialisti e coi democratici atei e massoni ed assume atteggiamenti di ostilit contro il fascismo. Il Partito Popolare, che poteva mantenersi amico e neutrale, si  invece appalesato nemico acerrimo e subdolo del fascismo.  naturale che il fascismo raccolga il guanto di sfida. L'antifascismo del Partito Popolare non  che un aspetto della concorrenza di bottega fra Partito Popolare e Pus e bassamente demagogico.
Il Partito Popolare ha un'ala sinistra, che potrebbe militare benissimo nelle file del Pus ed un'ala destra, che si fa rimorchiare. L'antifascismo  destinato a dividere il Partito Popolare. L'episodio Boncompagni  un sintomo rivelatore. Il Partito Popolare  infatti il Partito ambiguo per eccellenza. Per reclutare le sue masse elettorali si  certamente giovato delle parrocchie, di un fattore religioso quindi; per mantenere queste masse si abbandona ad un mimetismo teorico e pratico delle dottrine e dei metodi del socialismo.
Il Partito Popolare  religioso e profano ad un tempo. Comincia con Cristo e finisce col diavolo. Don Sturzo, si dice, celebra ancora la messa, cio il sacrificio, la rinunzia, l'accettazione di questa valle di lacrime e Miglioli pratica la lotta di classe come il pi esasperato dei socialisti. Come si concilia il cristiano "amore del prossimo" con la predicazione dell'odio contro talune categorie di uomini? Il materialismo senza scrupoli, veramente "mammonico" del Partito Popolare  documentato dalle cronache parlamentari del dopoguerra. La disinvoltura del Partito Popolare  gi stata bollata da uno dei maggiorenti della sezione milanese, il quale ha definito il Partito Popolare come la "vedova allegra della politica italiana": definizione scarnificante, ma esattissima.
Il Partito dei Cristiano-Cattolici si  rivelato come un Partito di grassatori che dell'anima e dei suoi futuri destini altamente si infischiano, mentre pensano a riempire il sacco e a svaligiare la nazione. Nell'azione disordinata, ricattatoria e arruffona del Partito Popolare manca una qualsiasi linea di dignit e di nobilt. Quando si pensi che il leader di questo Gruppo  il trentino De Gasperi, che fu suddito sempre fedele di Francesco Giuseppe, che fu redattore della Reichpost, il foglio pi ignobilmente italofobo di Vienna, un De Gasperi le cui polemiche contro l'irredentismo di Battisti nessuno a Trento ha ancora dimenticato; quando si pensi, dicevo, che De Gasperi viene presentato come la espressione pi alta del Trentino redento, si ha subito quanto occorre per definire il patriottismo e la dignit del Partito Popolare.
Coi suoi ultimi gesti parlamentari, coi suoi "veti" ridicoli, coi suoi non meno ridicoli tentativi di combinare un ministero di estrema sinistra, il Partito Popolare ha smorzato le ultime superstiti illusioni: siamo dinanzi ad un Partito infetto di socialismo, quindi anticattolico, quindi anticristiano. Il Partito Popolare dichiara guerra al fascismo e guerra avr. I modi di questa guerra dipendono dalle circostanze locali; gli sviluppi ulteriori di questa guerra non sono prevedibili, ma non ci sarebbe da stupirsi se la lotta contro l'insopportabile tirannia dei pescicani del Partito Popolare sboccasse in una insurrezione anticlericale, molto meno vacua delle campagne anticlericali di altri tempi.
Nelle alte sfere del Vaticano v' chi si domanda se la nascita e l'origine del Partito Popolare non si risolveranno in un danno enorme per la Chiesa. Prodotti certo di queste sempre pi acute apprensioni sono i comunicati coi quali la Santa Sede dichiara di non avere nulla di comune con l'azione del Partito Popolare. Sta bene. Ma, alla fine, qualcuno potrebbe domandare se questa distinzione fra popolari e cattolici non sia troppo comoda. Il Vaticano non ha giurisdizione sui popolari in quanto Partito? E sia! Ma la deve avere per sui popolari in quanto si professano cristiani e cattolici. Qui  il ponte dell'asino! Qui si appalesa la falsit intima di una situazione per cui il popolare, come partitante, fa il comodaccio suo o il comodo di don Sturzo, e, come credente, deve obbedire alla suprema ed unica autorit della Chiesa: il papa.
Ci sono, insomma, due papi in Italia: il primo, don Sturzo, ha la cura della carne; il secondo, Pio XI, ha la cura delle anime. Non sarebbe, per caso, don Sturzo l'antipapa ed uno strumento di satana? Da mille sintomi appare ormai evidente che grosse tempeste sorgeranno all'orizzonte della Chiesa se il Partito Popolare continuer a incanaglirsi nella sua politica materialistica, tirannica e anticristiana.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 178, 27 luglio 1922, IX.
 LA SITUAZIONE POLITICA IN ITALIA
- Non bisogna esagerare - ha detto il deputato fascista - l'estensione della guerra civile che infierisce. Colui che percorre l'Italia nota presto che si tratta di avvenimenti parziali, che in molti luoghi si limitano a risse domenicali. Vi sono delle regioni intere in Italia dove la vita continua normalmente e dove la tranquillit regna e questo  particolarmente il caso delle grandi citt come Roma e Napoli; tutto questo va notato. Certo, accanto a incidenti trascurabili, ne avvengono altri di una gravit incontestabile, in cui lo stato di spirito dei fascisti e dei socialisti comunisti si manifesta con molto ardore.
La pacificazione appare tuttavia possibile - ha continuato con grande sicurezza l'on. Mussolini. - Credo che si possa arrivare alla pacificazione, ma non mediante trattati o tregue simili a quelli che si videro l'anno passato e che non hanno dato nessun risultato. Quello che occorre  che il ministro dell'Interno si presenti dinanzi al Parlamento e abbia il coraggio di mantenere questo semplice linguaggio: "Lo Stato rappresenta la generalit ed  al disopra di tutti e si eleva contro chiunque attenti alla sua sovranit assoluta". Se non si arriva a questo lo Stato abdica e una forza deve sorgere a prendere il suo posto. In generale il popolo italiano non domanda che di obbedire a uno Stato che sia degno del paese. Forse questo Stato sorger sia grazie alla partecipazione diretta dei fascisti, sia attraverso una coalizione simile a quella che avevo intravisto un anno fa, coalizione che si baserebbe sui tre grandi Partiti di masse esistenti attualmente in Italia: Popolare, Socialdemocratico e Fascista.
O la crisi attuale si incammina verso questa soluzione o si avr un ministero qualunque con un decreto di scioglimento in tasca. Io prevedo che le prossime elezioni raddoppieranno per lo meno il numero dei deputati fascisti, di modo che saremo circa settanta alla Camera.
Queste elezioni si impongono, poich vi  un fatto nuovo nella politica italiana, cio la formazione del Partito Socialdemocratico, il quale ha il dovere di consultare il paese per constatare esattamente quello che rappresenta e per sapere se il suo collaborazionismo tanto vantato  l'espressione di una forza reale oppure una mistificazione d'ordine puramente parlamentare.
 CREPUSCOLI
Filippo Turati  salito al Quirinale.  stato consultato dal re. Il leader riformista ed il socialismo collaborazionista hanno, con questo gesto, varcato il Rubicone, gesto atteso, ormai, specie dopo la votazione dell'ordine del giorno del Gruppo socialista; ma tuttavia gesto di una innegabile importanza e significazione politica. Anche il giorno contribuisce a porre in maggior rilievo l'avvenimento: il giorno in cui Turati varca le soglie della reggia  l'anniversario dell'uccisione di Umberto I. Dopo ventidue anni, quale formidabile cambiamento nelle cose e negli spiriti! Ci fu, dopo l'assassinio di Umberto I, un caso De Marinis. Il povero Enrico De Marinis fu processato ed espulso dal Partito perch, nella sua qualit di funzionario della Camera, aveva seguito i funerali del re. Non scherzava il socialismo di allora, in fatto di regime e di gesti di adesione al regime! Dopo ventidue anni - tempo breve, ma straordinariamente carico di destino! - ecco l'on. Turati che entra alla reggia invitato dal re e vi entra consenziente una cospicua parte del socialismo e del proletariato italiano. La posizione odierna di Turati non  paragonabile - se non limitatamente - a quella di Bissolati.
Questi and al Quirinale come una sentinella sperduta, come un generale senza soldati, perch il Partito Riformista nel paese non esiste. L'on. Turati  pi fortunato del suo amico e precursore: egli dispone gi di una forte solidariet di ordine parlamentare, confederale e socialista.
Non vi  dubbio che questo clamoroso ralliement di una parte del socialismo - la migliore dal punto di vista intellettuale - alla monarchia  stato accelerato dall'azione del fascismo. Senza il fascismo  certo che il proletariato italiano non si sarebbe riscattato cos rapidamente dall'ubriacatura bolscevica, n i riformisti si sarebbero precipitati a reclamare attraverso le istituzioni attuali la restaurazione dell'imperio della legge. Non vi  dubbio che i socialisti ora agiscono in stato di necessit: non potendo innalzare le barricate, vanno al Quirinale.
Bisogna certamente tenere il dovuto conto dei moventi che iniziarono le azioni degli uomini, ma  soprattutto importante vedere quali conseguenze scaturiscono da determinate azioni. Dal punto di vista, che chiamer interno, del socialismo italiano,  evidente che il gesto odierno di Turati crea l'irreparabile. La scissione  un fatto compiuto. Il congresso socialista imminente di Roma appare gi svuotato di ogni interesse, perch dovr limitarsi a prender atto di avvenimenti che si sono gi svolti. Da oggi il Partito che si frazion a Livorno torna a dividersi in due.  nata la socialdemocrazia. Partito di governo o partito di masse? Si pu rispondere in senso affermativo anche a questo interrogativo. Alcune zone del proletariato italiano sono gi mature per questo: non si scandalizzeranno. Del resto i riformisti difenderanno strenuamente le loro posizioni. Altra conseguenza di ordine assai importante: la Confederazione generale del lavoro dovr decidersi: dovr cio ritornare un organismo egregiamente e squisitamente operaio, sottratto alle egemonie infauste dei partiti socialisti o non socialisti. I quali partiti si compongono in massima parte di borghesi falliti, che mangiano sul proletariato e si arrogano l'aria di rappresentarlo, di difenderlo e di indirizzarlo nell'attuazione delle loro pi o meno assurde costruzioni mentali.
Il gesto di Turati avr le immancabili conseguenze di ordine ministeriale; non  il caso di anticipare giudizi.  evidente che i socialisti hanno capito che non si poteva restare eternamente sospesi e che, dal bacio platonico del semplice voto di maggioranza, valeva la pena di passare alla concessione della loro oramai stagionata verginit, offrendo la diretta partecipazione al Governo. Ma, ecco che un Gabinetto con la partecipazione dei socialisti, e cio sinistro, anzi sinistrissimo, non  pi possibile, perch Parlamento e paese lo considererebbero non un ministero di pacificazione, ma di reazione e di guerra.
Ora il paese, cio la nazione, cio i trentanove milioni di italiani che non fanno la politica militante, hanno bisogno assoluto di tranquillit, di ordine, di disciplina. O si ottiene questo, o l'Italia perde la sua indipendenza economica e cos la sua stessa unit nazionale. Un ministero in cui entrino direttamente i socialisti provoca la necessit di un controllo e contrappeso di destra.
Anche fascista? Non precipitiamo. Un anno fa esattamente il 23 luglio 1921, io prospettai alla Camera un governo di coalizione fra i tre partiti rappresentanti di masse. Varrebbe la pena di riferire interamente il brano di quel discorso, che parve paradossale, mentre era il risultato di quel "presbitismo", che  il privilegio ed il travaglio del mio spirito. Resta a vedere se oggi esistano le condizioni in base alle quali io facevo quella previsione.
Ci richiede una fredda meditazione su tutti gli elementi. Bisogna tenere conto dell'interesse del fascismo e dell'interesse della nazione. La nazione  ad una svolta della sua storia: o ritrova un minimo di pacificazione, o decade. Noi, invece, la vogliamo prosperosa e grande.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 181, 30 luglio 1922, IX.
 LA FU ALLEANZA DEL LAVORO
Schiantata in pieno dalla trionfale controffensiva del fascismo, l'Alleanza del lavoro - mostruosa creazione di una paura collettiva -  stata sepolta ieri dal padre che l'aveva messa alla luce: il Comitato centrale del Sindacato ferrovieri italiani. Sepolta con un funerale di quarta classe. Il Comitato centrale del predetto Sindacato riunitosi ieri a Bologna ha diramato a mezzo dell'Agenzia Stefani un laconicissimo comunicato per far sapere che  stato deliberato "l'immediato ritiro del Sindacato ferrovieri italiani dall'Alleanza del lavoro". Nient'altro. Ma ci sono delle "laconicit" pi eloquenti di qualunque discorso. Il Sindacato ferrovieri deve avere capito che l'aver assunta l'iniziativa e la responsabilit della costituzione dell'Alleanza del lavoro  stata una, di quelle gaffes che tutta una vita non basta a scontare; in secondo luogo il Sindacato ferrovieri riconosce col suo gesto odierno che lo sciopero inscenato dall'Alleanza del lavoro  stato semplicemente pazzesco. Il Sindacato ferrovieri si ritira in buon ordine, mentre cinquantamila ferrovieri che hanno seguito - per debolezza, incoscienza o fanatismo - l'ordine di sciopero, stanno per essere pi o meno severamente puniti. Chi si aspettava ulteriori novit da parte dell'Alleanza del lavoro ora pu starsene tranquillo. L'Alleanza del lavoro, questa istituzione irresponsabile e oscura che ha regalato al proletariato italiano la pi grande disfatta,  oggi morta per sempre; ben morta, ben schiacciata sotto la greve mole del suo delitto contro la nazione e contro la stessa massa operaia. I repubblicani, accusati di tradimento, si sono gi - di fatto - staccati dall'ibrido organismo; i confederali che si sono lasciati rimorchiare nella pi miserevole delle maniere non potranno tardare ad imitarli, ora che il gesto dei ferrovieri consacra lo sfacelo definitivo di quell'organismo che doveva - niente po' po' di meno - abbattere - poverini! - il fascismo italiano. Dinnanzi al gesto del Sindacato ferrovieri, coloro che devono rimaner assai male, sono i quattro comunisti italiani, i quali, con quello specifico senso di inattualit che li distingue, non pi tardi di ieri proclamavano in uno dei troppi loro prolississimi sbrodolati manifesti che l'Alleanza del lavoro doveva vivere, lottare, vincere ancora e sempre! No. L'Alleanza del lavoro, stroncata dal fascismo,  morta; tutto quello che accade in questi giorni appartiene al genere "pompe funebri"; nessuno in Italia riuscir mai a risuscitare questo clamoroso e decomposto cadavere. C' una nuova situazione. Dopo tre anni la Confederazione generale del lavoro, compulsando i suoi melanconici bilanci, si accorge del terribile errore commesso quando si sono consegnate le masse operaie inquadrate nelle leghe alle esercitazioni rivoltose e uterine delle diverse congreghe socialiste. Ora la Confederazione generale del lavoro si staccher dal Pus, il quale Pus torner a dividersi. Comunque, questa seconda eventualit poco ci interessa. Per noi sarebbe meglio che restassero insieme: si pesterebbero i calli a vicenda e non darebbero a noi la noia di scendere a troppe sottili distinzioni. Pi importante - anche ai fini nazionali -  la rivendicazione dell'autonomia confederale. La Confederazione generale del lavoro  nel suo pieno diritto. Finch c'era un partito socialista solo, il quale poteva passare per l'unico interprete politico delle masse sindacate, il patto di Stoccarda e Firenze poteva essere accettato, subto o giustificato. Ma adesso di partiti socialisti ce ne sono almeno tre, anche in Italia, senza voler contare il riformista bonomiano. Davanti a questo frantumamento, alla Confederazione generale del lavoro, se vuol salvarsi dall'estrema rovina, non resta che una decisione da prendere: quella di fare da s.
Noi ripetiamo qui quello che abbiamo detto mille volte, e questo toglie alle nostre parole ogni significato di lusinga o di ricatto: il fascismo deve modificare e modificher immediatamente il suo atteggiamento di fronte a un organismo confederale che abbia nettamente e irreparabilmente tagliato tutti i ponti coi diversi partiti socialisti, ognuno dei quali crede ridicolmente e grottescamente di possedere la ricetta dell'autentico e infallibile socialismo. Noi attendiamo questo evento da tre anni. Se i confederali fossero stati intelligenti, il corso della loro e della nostra storia avrebbe potuto forse essere diverso. Non tardino a riparare il loro errore. Essi sentono e sanno che il socialismo - teologia di una societ futura -  cosa morta oramai nelle cose e negli spiriti; mentre il sindacalismo vive, in quanto  condizionato dallo stesso tipo della nostra civilt. Grande industria e sindacalismo sono termini inscindibili dello stesso binomio. Ma non  detto che il sindacalismo sboccher in uno dei tanti tipi di societ socialista, quali ci sono descritti dai diversi teorici o ciarlatani del socialismo. Il sindacalismo , prima di tutto, una difesa, poi una selezione, poi una elevazione. Noi non gli attribuiamo virt taumaturgiche, ma sentiamo che nella foresta morta del cosiddetto "sovversivismo" esso  l'albero in cui scorre ancora qualche linfa di vita.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 199, 20 agosto 1922, IX.
 LA FIUMANA
Il fenomeno del proselitismo fascista, che invece di illanguidire aumenta in proporzioni sempre maggiori col passare del tempo, d l'idea di qualche cosa di fatale che  oramai superiore alla volont degli uomini. Il fiume del fascismo continua ad alzare il livello delle sue acque, che hanno gi abbattuto parecchi argini e strariperanno fra poco dovunque. Ora ecco i nostri nemici che fingono di rallegrarsi di questo imponente e rapido crescere delle nostre forze e sperano dl vederle, colla stessa rapidit, disperdersi e morire. Non escludiamo in assoluto questa eventualit. Noi non siamo degli "scientifici" come i furfanti cantastorie del socialismo. Noi non mettiamo ipoteche sul futuro. Pu darsi che la previsione, la quale allieta segretamente i nostri nemici, si avveri; ma pu anche darsi che le cose prendano corso diverso.
Tra l'accrescimento del Pus nel 1919-'20 e l'attuale irrompente proselitismo fascista, le differenze sono parecchie e di molti rilievi. Anzitutto, noi non promettiamo nulla e non cerchiamo nessuno. Il fascismo nasce da s. Spontaneamente, senza preliminari dissodamenti programmatici. Il fascismo non fa propaganda: non ha molti uomini ed ha scarse simpatie per l'attivit parolaia. I fascisti, quando parlano, non promettono alle folle i paradisi incantati, come facevano i propagandisti bolscevichi nel biennio infausto. I fascisti non dicono: "Volete la salute? Bevete questa o quella droga; fate il leninismo", come gridavano i socialcomunisti nell'epoca della loro acuta "ubriacatura". No. I fascisti non vendono fumo. Parlano dell'Italia, del suo avvenire. Hanno il coraggio di esaltare l'intervento e rivendicare la guerra. Non rinunciano, spesso, ad affermazioni di carattere imperialistico. Non aprono, dunque, bottega.
Ora il troppo rapido ingrossamento delle file costituiva e costituisce un serio pericolo per i partiti combinati alla moda antica; per i partiti, cio, che possono essere considerati come vaste assemblee diffuse su tutto il territorio; assemblee di disputanti, i quali, disputando, finiscono naturalmente per differenziarsi e detestarsi; da cui le innumerevoli "tendenze" e relative scissioni. Il fascismo  tutt'altra cosa. I suoi iscritti sono, prima di tutto, soldati. La tessera equivale al piastrino di riconoscimento. Le gerarchie d'ordine politico-militare sono oramai ferreamente costituite. La disciplina d'ordine militare comprende quella d'ordine politico. Le reclute del fascismo vengono inquadrate, selezionate. Il discutere troppo  segno infallibile di decadenza. Dato questo nostro tipo di organizzazione i pericoli del proselitismo sono infinitamente attenuati. Siamo troppo conoscitori del mondo e dei suoi poco simpatici abitatori, per ritenere che tutte le reclute del fascismo siano animate da motivi soltanto ideali. C' anche fra di noi la zavorra. Ci sono anche fra noi gli arrivisti. Ci sono anche fra noi quelli che si giovano del fascismo per camuffare altri impulsi e altri interessi. Ma come si fa a leggere nelle anime? Ogni aggregato umano ha di questi detriti. Il fascismo, per, li seleziona e li elimina energicamente. Esso deve continuamente preoccuparsi delle qualit e deve rendere la quantit qualitativa. Non siamo, dunque, eccessivamente preoccupati del rapido e continuo svilupparsi del proselitismo fascista d'ordine politico. Il fascismo ha energie sufficenti per controllare, dominare, eliminare gli elementi infidi o sospetti.
Ma il proselitismo fascista ha un altro aspetto: l'aspetto sindacale. Masse d'operai passano ai nostri sindacati. I socialpussisti, davanti al fatto, hanno sentito l'estremo pudore di ritirare dalla circolazione la storiella dei "prigionieri" del fascismo. I prigionieri sono oramai in numero cos imponente che potrebbero avere ragione dei loro "carcerieri". Inoltre questi passaggi sono accompagnati da manifestazioni clamorose e mortificanti di pentimento, come la consegna dei simboli e delle bandiere. Ora i nostri avversari sogghignano e aspettano. Voi dovrete, facendo dell'organizzazione economica, fare del monopolio. E noi rispondiamo che un conto  il monopolio, risultato ultimo di un processo naturale di solidariet, e un conto  il monopolio, atto di coazione, gesto di prepotenza, accompagnato da quelle sanzioni punitive di cui furono piene le cronache delle baronie rosse. Voi dovrete, ora, che avete dei sindacati, continuano i nostri avversari, fare della lotta di classe. Ma s. Ma s. Anche questo  possibile. Nessuno ha mai pensato di bandire dalla storia il fenomeno della lotta delle classi. C' sempre stato e ci sar sempre. Noi aggiungiamo, per, che nel corso della storia, altre forze che non sono precisamente di ordine economico giocano parti talora decisive. Per noi la lotta delle classi  un episodio. Siamo, di regola, collaborazionisti, specie in un periodo di miseria come l'attuale. Non si pu lottare per la spartizione o migliore ripartizione di un bottino che oggi non c'. Fare della lotta di classe oggi, significa suicidarsi; significa, cio, rinunciare per il domani a qualsiasi anche legittima lotta, perch, assassinata l'economia di una nazione, non resta che l'universale miseria con forme di lotta che non hanno nulla di comune coll'organizzata, cosciente, razionale lotta marxistica delle classi. Insomma, per noi, la collaborazione  la regola; la lotta delle classi  l'eccezione.
I "modi" di questa eccezione non hanno che un'importanza secondaria, anche se per avventura fossero apparentemente poco difformi da quelli adottati dai socialisti.
A questi criteri, solennemente confermati, in manifestazioni teoriche e pratiche, si inspira il sindacalismo fascista. Esso non commercia la felicit. Non permette che si tolga alle maestranze tutto ci che, nel campo morale, fu da solo conquistato. Se  necessario per salvare l'industria acconciarsi a sacrifici, il sindacalismo fascista, che non fa della demagogia, avr il coraggio di tenere analogo linguaggio agli operai, salvo a chiedere la reciprocit e la proporzionalit del sacrificio da parte anche dei datori di lavoro.
Nell'organizzazione economica come in quella politica il sindacalismo fascista segue criteri pi qualitativi che quantitativi. Il compito del sindacalismo fascista  certamente formidabile. Molti sono curiosi. Molti inquieti. C' chi attende nell'ombra l'esito della prova. Ebbene noi sentiamo che la prova riuscir. La mente degli operai  oramai sgombra dalle fumisterie avveniristiche e sta prendendo contatto colla semplice e umana realt della nazione e della produzione.
Le nostre migliori speranze poggiano su quella cambiata situazione.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 204, 26 agosto 1922, IX.
 DISCIPLINA ASSOLUTA!
I severi provvedimenti adottati a Torino e a Ferrara contro elementi faziosi o indisciplinati, che pretendevano - evidentemente! - servirsi del fascismo, non gi servire il fascismo, hanno la nostra piena e incondizionata approvazione. Li commentiamo, per meglio segnalarli a tutti i fascisti d'Italia, perch dovunque sia necessario, si proceda nello stesso modo, senza esitazioni e senza colpevoli indulgenze. Sempre, in ogni fase passata del nostro movimento, la disciplina fu indispensabile, ma oggi lo  ancora di pi e le ragioni di ci sono evidenti. Il fascismo continua a diffondersi in ogni angolo d'Italia. Le domande di iscrizione affluiscono in quantit impressionante. Siamo una massa. Non abbiamo potuto evitare di diventare una massa. Non si doveva evitare di diventare una massa. Questo  il caso di tutte le idee vitali; delle idee, cio, che a un dato momento diventano sostanza essenziale di una data societ. Le altre idee vivono e muoiono nel chiuso delle conventicole. Ma appunto perch non abbiamo potuto evitare di diventare moltitudine,  necessario che le gerarchie del fascismo si fortifichino, funzionino per coordinare i movimenti di questa massa, per selezionare i componenti di questa massa, per colpire inesorabilmente quanti non sono degni di restare all'ombra del Littorio romano.
Solo in questo modo la quantit diverr qualitativa e la qualit non si corromper diventando quantitativa. Ma c' un'altra ragione ancora pi forte, che impone la pi rigida disciplina. Il fascismo  destinato fra poco ad assumere tremende responsabilit: quelle inerenti al Governo della nazione. Per la democrazia fatua, imbecille e criminale, il Governo  una specie di pratica, fra amministrativa e parlamentare, alla quale tutti i 156 campioni del dmos si ritengono egregiamente preparati; per il fascismo, invece, governare la nazione, specie in questo calamitoso periodo della storia europea,  prospettiva che fa tremare le vene e i polsi. Per la via legale o per quella illegale - il dilemma pi che da volont di uomini sar risolto dal peso di circostanze - il fascismo avr domani la responsabilit del Governo della nazione. Ora deve prepararsi a questo formidabile dovere. Deve adeguare se stesso a questa non lontana eventualit. Deve, quindi, imporsi il pi duro cilizio della disciplina, se vuole, domani, imporre una disciplina a tutta la nazione.
Il Partito, in siffatta materia, dev'essere rapido ed inflessibile. Dove c' una situazione malata, bisogna curarla col ferro e col fuoco. Quando diciamo "ferro e fuoco" non si deve credere a un'amplificazione rettorica. Intendiamo parlare di ferro nel senso di arma che ferisce e di fuoco nel senso pi specificamente cauterizzatore della parola. Le deplorazioni e le espulsioni sono bagattelle d'indole democratica, da applicarsi nei casi leggeri. Ma ci sono casi in cui deplorazioni ed espulsioni non bastano pi. Anche qui bisogna considerare due elementi di fatto. Primo: la costituzione del nostro Partito a base militare, ragione per cui tutto deve essere in relazione con questo punto di partenza. Ora un esercito non pu limitarsi ad espellere un traditore o un disertore. Misure assai pi radicali s'impongono.
Secondo: i sacrifici dei nostri militi, l'olocausto dei nostri morti. Gli altri partiti non conoscono questo calvario. Essi quindi possono essere leggiadri nel comminare e nell'applicare le pene. Noi, no. Chi disonora il fascismo, chi lo infanga, disonora ed infanga le centinaia e centinaia dei nostri morti. Bisogna dunque colpire con fredda inesorabilit disertori, traditori o indegni. N la disciplina fascista deve fermare le sue sanzioni, se per avventura il "caso" avesse un contorno di princip, di idee, se, insomma, si volesse far credere che si tratta di tendenze.  tempo di dire che il fascismo non conosce tendenze, nel senso che a questa parola vien data nei bagolator degli altri partiti. Il fascismo ha un programma stampato, uno statuto stampato, un regolamento stampato. E ogni due anni un congresso, che pu rivedere o abolire tutto ci. Chiediamo che la Direzione del Partito, suprema depositaria dei nostri poteri, agisca senza indugio, senza incertezze e senza preoccupazioni. Non c'importa di ritornare un pugno d'uomini, come nel marzo del 1919.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 214, 7 settembre 1922, IX.
 L'AZIONE E LA DOTTRINA FASCISTA
DINNANZI ALLE NECESSITA STORICHE
DELLA NAZIONE
Con il discorso che intendo pronunciare innanzi a voi, io faccio una eccezione alla regola che mi sono imposta: quella, cio, di limitare al minimo possibile le manifestazioni della mia eloquenza. Oh, se fosse possibile strangolarla, come consigliava un poeta, l'eloquenza verbosa, prolissa, inconcludente, democratica, che ci ha deviato per cos lungo tempo! Io sono quindi sicuro, od almeno mi lusingo di avere questa speranza, che voi non vi attenderete da me un discorso che non sia squisitamente fascista, cio scheletrico, aspro, schietto e duro.
Non attendetevi la commemorazione del XX Settembre. Certo, l'argomento sarebbe tentante e lusingatore. Ci sarebbe ampio materiale di meditazione riesaminando per quale prodigio di forze imponderabili ed attraverso quali e quanti sacrifici di popoli e di uomini, l'Italia abbia potuto raggiungere la sua non ancora totale unit, perch di unit totale non si potr parlare fino a quando Fiume e la Dalmazia e le altre terre non siano ritornate a noi, compiendosi con ci quel sogno orgoglioso che fermenta nei nostri spiriti. (Applausi fragorosi).
Ma vi prego di considerare che anche col Risorgimento ed attraverso il Risorgimento italiano, che va dal primo tentativo insurrezionale che si verific a Nola in un reparto di cavalleggeri, e finisce con la Breccia di Porta Pia nel '70, due forze entrano in gioco: una  la forza tradizionale, la forza di conservazione, la forza necessariamente un po' statica, tardigrada, la forza della tradizione sabauda e piemontese; l'altra, la forza insurrezionale e rivoluzionaria, che veniva su dalla parte migliore del popolo e della borghesia; ed  solo attraverso la conciliazione e l'equilibrio di queste due forze che noi abbiamo potuto realizzare l'unit della Patria. Qualche cosa di simile forse si verifica anche oggi e di ci mi riprometto di parlare in seguito.
Ma perch (ve lo siete mai domandato?), perch l'unit della Patria si riassume nel simbolo e nella parola di Roma? Bisogna che i fascisti dimentichino assolutamente - perch se non lo facessero sarebbero meschini - le accoglienze pi o meno ingrate che avemmo a Roma nell'ottobre dell'anno scorso e bisogna avere il coraggio di dire che una parte di responsabilit di tutto ci che avvenne la si dovette a taluni elementi nostri che non erano all'altezza della situazione.
E non bisogna confondere Roma con i romani, con quelle centinaia di cosiddetti "profughi del fascismo" che sono a Roma, a Milano ed in qualche altro centro d'Italia e che fanno naturalmente dell'antifascismo pratico e criminoso. Ma se Mazzini, se Garibaldi tentarono per tre volte di arrivare a Roma, e se Garibaldi aveva dato alle sue camicie rosse il dilemma tragico, inesorabile di "o Roma o morte", questo significa che, negli uomini del Risorgimento italiano, Roma ormai aveva una funzione essenziale di primissimo ordine da compiere nella nuova storia della nazione italiana. Eleviamo, dunque, con animo puro e sgombro da rancori il nostro pensiero a Roma, che  una delle poche citt dello spirito che ci siano nel mondo, perch a Roma, tra quei sette colli cos carichi di storia, si  operato uno dei pi grandi prodigi spirituali che la storia ricordi; cio si  tramutata una religione orientale, da noi non compresa, in una religione universale, che ha ripreso sotto altra forma quell'imperio che le legioni consolari di Roma avevano spinto fino all'estremo confine della terra.
E noi pensiamo di fare di Roma la citt del nostro spirito, una citt, cio, depurata, disinfettata da tutti gli elementi che la corrompono e la infangano; pensiamo di fare di Roma il cuore pulsante, lo spirito alacre dell'Italia imperiale che noi sogniamo. (Prolungati applausi).
Qualcuno potrebbe obiettarci: "Siete voi degni di Roma, avete voi i garretti, i muscoli, i polmoni sufficentemente capaci per ereditare e tramandare le glorie e gli ideali di un imperio?". Ed allora i critici arcigni si industriano a vedere nel nostro giovane ed esuberante organismo dei segni di incertezza.
Ci si parla del fenomeno dell'autonomismo fascista: dico ai fascisti ed ai cittadini che questo autonomismo non ha nessuna importanza. Non  un autonomismo di idee o di tendenze. Tendenze non conosce il fascismo. Le tendenze sono il triste privilegio dei vecchi partiti, che sono associazioni comiziali diffuse in tutti i paesi e che non avendo niente da fare e da dire, finiscono per imitare quei sordidi sacerdoti dell'Oriente che discutevano su tutte le questioni del mondo mentre Bisanzio periva. Gli scarsi, sporadici tentativi di autonomia fascista o sono liquidati o sono in via di liquidazione, perch rappresentano soltanto delle rivalse di indole personale.
Veniamo ad un altro argomento: la disciplina. Io sono per la rigida disciplina. Dobbiamo imporre a noi stessi la pi ferrea disciplina, perch altrimenti non avremo il diritto di imporla alla nazione. Ed  solo attraverso la disciplina della nazione che l'Italia potr farsi sentire nel consesso delle altre nazioni. La disciplina deve essere accettata. Quando non  accettata, deve essere imposta. Noi respingiamo il dogma democratico che si debba procedere eternamente per sermoni, per prediche e predicozzi di natura pi o meno liberale. Ad un dato momento bisogna che la disciplina si esprima, nella forma, sotto l'aspetto di un atto di forza e di imperio. Esigo, quindi, e non parlo ai militi della regione friulana, che sono - lasciatemelo dire - perfetti per sobriet e compostezza, austerit e seriet di vita, ma parlo per i fascisti di tutta Italia, i quali se un dogma debbono avere, questo deve portare un solo chiaro nome: disciplina! Solo obbedendo, solo avendo l'orgoglio umile ma sacro di obbedire si conquista poi il diritto di comandare. Quando il travaglio sia avvenuto nel vostro spirito, potete imporlo agli altri. Prima, no. Di questo debbono rendersi ben conto i fascisti di tutta Italia. Non debbono interpretare la disciplina come un richiamo di ordine amministrativo o come un timore dei capi che possono paventare l'ammutinamento di un gregge. Questo no, perch noi non siamo capi come tutti gli altri, e le nostre forze non possono portare affatto il nome di gregge. Noi siamo una milizia, ma appunto perch ci siamo data questa speciale costituzione dobbiamo fare della disciplina il cardine supremo della nostra vita e della nostra azione. (Clamorosi applausi).
E vengo alla violenza. La violenza non  immorale. La violenza  qualche volta morale. Noi contestiamo a tutti i nostri nemici il diritto di lamentarsi della nostra violenza, perch paragonata a quelle che si commisero negli anni infausti del '19 e del '20 e paragonata a quella dei bolscevichi di Russia, dove sono state giustiziate due milioni di persone e dove altri due milioni di individui giacciono in carcere, la nostra violenza  un gioco da fanciulli. D'altra parte la nostra violenza  risolutiva, perch alla fine del luglio e di agosto in quarantotto ore di violenza sistematica e guerriera abbiamo ottenuto quello che non avremmo ottenuto in quarantotto anni di prediche e di propaganda. (Applausi). Quindi, quando la nostra violenza  risolutiva di una situazione cancrenosa,  moralissima, sacrosanta e necessaria. Ma, o amici fascisti, e parlo ai fascisti d'Italia, bisogna che la nostra violenza abbia dei caratteri specifici, fascisti. La violenza di dieci contro uno  da ripudiare e da condannare. (Applausi).
La violenza che non si spiega deve essere ripudiata. C' una violenza che libera ed una violenza che incatena; c' una violenza che  morale ed una violenza che  stupida e immorale. Bisogna adeguare la violenza alla necessit del momento, non farne una scuola, una dottrina, uno sport. Bisogna che i fascisti evitino accuratamente di sciupare con gesti di violenza sporadica, individuale, non giustificata, le brillantissime e splendide vittorie dei primi di agosto. (Applausi).
Questo attendono i nostri nemici, i quali da certi episod e, diciamolo francamente, da certi ingrati episod come quello di Taranto, sono indotti a credere ed a sperare od a lusingarsi che la violenza, essendo diventata una specie di secondo abito, quando noi non abbiamo pi un bersaglio su cui esercitarla, la esercitiamo su noi o contro di noi o contro i nazionalisti. Ora i nazionalisti divergono da noi su certe questioni, ma la verit va detta ed  questa: che in tutte le battaglie che abbiamo combattuto li abbiamo avuti al nostro fianco. ("Bene!". Applausi).
Pu darsi che tra di loro vi siano dei dirigenti, dei capi che non vedono il fascismo sotto la specie con la quale lo vediamo noi, ma bisogna riconoscere e proclamare e dire che le camicie azzurre a Genova, a Bologna, a Milano ed in altre cento localit furono al fianco delle camicie nere. (Applausi). Quindi sgradevolissimo  l'episodio di Taranto ed io mi auguro che i dirigenti del fascismo agiranno nel senso che rimanga un episodio isolato da dimenticarsi in una riconciliazione locale ed in una affermazione di simpatia e di solidariet nazionale.
Altro argomento che si pu prestare alle speranze dei nostri avversari: le masse. Voi sapete che io non adoro la nuova divinit: la massa.  una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perch sono molti debbono avere ragione. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cio che il numero  contrario alla ragione. In ogni caso la storia dimostra che sempre delle minoranze, esigue da principio, hanno prodotto profondi sconvolgimenti nelle societ umane. Noi non adoriamo la massa, nemmeno se  munita di tutti i sacrosanti calli alle mani ed al cervello, ed invece portiamo, nell'esame dei fatti sociali, delle concezioni, degli elementi almeno nuovi nell'ambiente italiano. Noi non potevamo respingere queste masse. Venivano a noi. Dovevamo forse accoglierle con dei calci negli stinchi? Sono sincere? Sono insincere? Vengono a noi per convinzione o per paura? O perch sperano di ottenere da noi quello che non hanno ottenuto dai socialpussisti? Questa indagine  quasi oziosa, perch non si  ancora trovato il modo di penetrare nell'intimo dello spirito. Abbiamo dovuto fare del sindacalismo. Ne facciamo. Si dice:
"Il vostro sindacalismo finir per essere in tutto e per tutto simile al sindacalismo socialista; dovrete per necessit di cose fare della lotta di classe".
I democratici, una parte dei democratici, quella parte che sembra avere il solo scopo di intorbidare le acque, continua da Roma (dove si stampano troppi giornali, molti dei quali non rappresentano nessuno o niente) a manovrare in questo senso.
Intanto il nostro sindacalismo diversifica da quello degli altri, perch noi non ammettiamo lo sciopero nei pubblici servizi per nessun motivo. Siamo per la collaborazione di classe, specie in un periodo come l'attuale di crisi economica acutissima. Quindi cerchiamo di fare penetrare nel cervello dei nostri sindacati questa verit e questa concezione. Per bisogna dire, con altrettanta schiettezza, che gli industriali ed i datori di lavoro non debbono ricattarci, perch c' un limite oltre al quale non si pu andare; e gli industriali stessi ed i datori di lavoro, la borghesia, per dirla in una parola, la borghesia deve rendersi conto che nella nazione c' anche il popolo, una massa che lavora, e non si pu pensare a grandezza di nazione se questa massa che lavora  inquieta, oziosa, e che il compito del fascismo  di farne un tutto organico colla nazione per averla domani, quando la nazione ha bisogno della massa, come l'artista ha bisogno della materia greggia per forgiare i suoi capolavori.
Solo con una massa che sia inserita nella vita e nella storia della nazione noi potremo fare una politica estera.
E sono giunto al tema che  in questo momento di attualit grandissima. Alla fine della guerra  evidente che non si  saputo fare la pace. C'erano due strade: o la pace della spada o la pace della approssimativa giustizia. Invece, sotto l'influenza d'una mentalit democratica deleteria, non si  fatta la pace della spada occupando Berlino, Vienna, Budapest, e non si  fatta nemmeno la pace approssimativa della giustizia.
Gli uomini, molti dei quali erano ignari di storia e di geografia (e pare che questi famosi esperti, che noi potremmo chiamare italianamente periti, ne sapessero quanto i loro principali, ed abbiano scomposto e ricomposto la carta geografica d'Europa) hanno detto: "Dal momento che i turchi danno fastid all'Inghilterra, sopprimiamo la Turchia. Dal momento che l'Italia, per diventare una potenza mediterranea, deve avere l'Adriatico come un suo golfo interno, neghiamo all'Italia le giuste rivendicazioni di ordine adriatico". Che cosa succede? Succede che il trattato pi periferico naturalmente va in pezzi prima degli altri. Ma siccome tutto consiste nella costruzione di questi trattati, per cui tutti sono in relazione tra di loro, cos il disgregamento, il frantumamento del trattato di Svres riconduce nella eventualit il pericolo che anche tutti gli altri trattati facciano la stessa fine.
L'Inghilterra, a mio avviso, dimostra di non avere pi una classe politica all'altezza della situazione. Infatti voi vedete che fin qui, da quindici anni un solo uomo impersona la politica inglese. Non  stato ancora possibile di sostituirlo. Lloyd George, che, a detta di coloro che lo conoscono intimamente,  un mediocre avvocato, rappresenta la politica dell'impero da ben tre lustri! L'Inghilterra anche in questa occasione rivela la mentalit mercantile di un impero che vive sulle sue rendite e che aborre da qualsiasi sforzo che sia suo proprio, che gli costi del sangue. Fa appello ai Dominions ed alla Iugoslavia ed alla Romania. D'altra parte, se le cose si complicano in questo senso, voi vedete spuntare l'eterno ed indistruttibile cosacco russo, che cambia di nome ma che non cambia anima. Chi ha armato la Turchia di Kemal Pasci? La Francia e la Russia. Chi pu armare la Germania di domani? La Russia.  grande fortuna al fine della nostra politica estera,  grande fortuna che accanto ad un esercito che ha tradizioni gloriosissime, l'esercito nazionale, vi sia l'esercito fascista.
Bisognerebbe che i nostri ministri degli Esteri sapessero giocare anche questa carta e la buttassero sul tappeto verde e dicessero: "Badate che l'Italia non fa pi una politica di rinunce o di vilt, costi quello che costi!". (Applausi prolungati. Acclamazioni entusiastiche a Fiume italiana, alla Dalmazia italiana. Una bandiera dai colori fiumani viene portata in trionfo, tra indescrivibile entusiasmo, sul palcoscenico. La dimostrazione si rinnova e dura oltre cinque minuti).
Dicevo, dunque, che mentre negli altri paesi si comincia ad avere una chiara coscienza della forza rappresentata dal fascismo italiano anche in tema di politica estera, i nostri ministri sono sempre in atteggiamento di uomini che soggiacciono. Ci domandano quale  il nostro programma. Io ho gi risposto a questa domanda, che vorrebbe essere insidiosa, in una piccola riunione tenuta a Levanto davanti a trenta o quaranta fascisti e non supponevo che avrebbe potuto avere una ripercussione cos vasta il mio discorso, il mio famigliare discorso.
Il nostro programma  semplice: vogliamo governare l'Italia. Ci si dice: "Programmi?". Ma di programmi ce ne sono anche troppi. Non sono i programmi di salvazione che mancano all'Italia. Sono gli uomini e la volont! (Applausi). Non c' italiano che non abbia o non creda di possedere il metodo sicuro per risolvere alcuni dei pi assillanti problemi della vita nazionale. Ma io credo che voi tutti siate convinti che la nostra classe politica sia deficente. La crisi dello Stato liberale  in questa deficenza documentata. Abbiamo fatto una guerra splendida dal punto di vista dell'eroismo individuale e collettivo. Dopo essere stati soldati, gli italiani nel '18 erano diventati guerrieri. Vi prego di notare la differenza essenziale.
Ma la nostra classe politica ha condotto la guerra come un affare di ordinaria amministrazione. Questi uomini, che noi tutti conosciamo e dei quali portiamo nel nostro cervello la immagine fisica, ci appaiono ormai come dei superati, degli sciupati, degli stracchi, come dei vinti. Io non nego nella mia obiettivit assoluta che questa borghesia, che con un titolo globale si potrebbe chiamare giolittiana, non abbia i suoi meriti. Li ha certamente. Ma oggi che l'Italia  fermentante di Vittorio Veneto, oggi che questa Italia  esuberante di vita, di slancio, di passione, questi uomini, che sono abituati soprattutto alla mistificazione di ordine parlamentare, ci appaiono di tale statura non pi adeguata all'altezza degli avvenimenti. (Applausi). Ed allora bisogna affrontare il problema: "Come sostituire questa classe politica, che ha sempre, negli ultimi tempi, condotto una politica di abdicazione di fronte a quel fantoccio gonfio di vento che era il socialpussismo italiano?".
Io credo che la sostituzione si renda necessaria e pi sar radicale, meglio sar. Indubbiamente il fascismo, che domani prender sulle braccia la nazione (quaranta milioni, anzi quarantasette milioni di italiani), si assume una tremenda responsabilit. C' da prevedere che molti saranno i delusi poich una delusione c' sempre: o prima o dopo, ma c' sempre, e nel caso che si faccia e nel caso che non si faccia.
Amici!
Come la vita dell'individuo, quella dei popoli comporta una certa parte di rischi. Non si pu sempre pretendere di camminare sul binario Decauville della normalit quotidiana. Non ci si pu sempre indirizzare alla vita laboriosa e modesta di un impiegato del lotto, e questo sia detto senza ombra di offesa per gli impiegati delle cosiddette "bische dello Stato". Ad un dato momento bisogna che uomini e partiti abbiano il coraggio di assumere la grande responsabilit di fare la grande politica, di provare i loro muscoli. Pu darsi che falliscano.
Ma ci sono dei tentativi anche falliti che bastano a nobilitare e ad esaltare per tutta la vita la coscienza di un movimento politico, del fascismo italiano. Io mi ripromettevo di fare il discorso a Napoli, ma credo che a Napoli avr altri temi per esso. Non tardiamo pi oltre ad entrare nel terreno delicato e scottante del regime. Molte polemiche che furono suscitate dalla mia tendenzialit sono dimenticate, ed ognuno si  convinto che quella tendenzialit non  uscita fuori cos improvvisamente. Rappresentava, invece, un determinato pensiero.  sempre cos. Certi atteggiamenti sembrano improvvisi al grosso pubblico, il quale non  indicato e non  obbligato a seguire le trasformazioni lente, sotterranee di uno spirito inquieto e desideroso di approfondire, sempre sotto veste nuova, determinati problemi. Ma il travaglio c', intimo, qualche volta tragico. Voi non dovete pensare che i capi del fascismo non abbiano il senso di questa tragedia individuale, soprattutto tragedia nazionale. Quella famosa tendenzialit repubblicana doveva essere una specie di tentativo di riparazione di molti elementi che erano venuti a noi soltanto perch avevamo vinto. Questi elementi non ci piacciono. Questa gente che segue sempre il carro del trionfatore e che  disposta a mutare bandiera se muta la fortuna,  gente che il fascismo deve tenere in grande sospetto e sotto la pi severa sorveglianza.
 possibile - ecco il quesito - una profonda trasformazione del nostro regime politico senza toccare l'Istituto monarchico?  possibile, cio, di rinnovare l'Italia non mettendo in gioco la monarchia? E quale  l'atteggiamento di massima del fascismo di fronte alle istituzioni politiche?
Il nostro atteggiamento di fronte alle istituzioni politiche non  impegnativo in nessun senso. In fondo i regimi perfetti stanno soltanto nei libri dei filosofi. Io penso che un disastro si sarebbe verificato nella citt greca se si fossero applicate esattamente, comma per comma, le teorie di Platone.
Un popolo che sta benissimo sotto forme repubblicane non pensa mai ad avere un re. Un popolo che non  abituato alla repubblica agogner il ritorno alla monarchia. Si  ben voluto mettere sul cranio quadrato dei tedeschi il berretto frigio; ma i tedeschi odiano la repubblica; e per il fatto che  stata imposta dall'Intesa e che  stata una specie di Ersatz, trovano in Germania un altro motivo di avversione per questa Repubblica.
Dunque le forme politiche non possono essere approvate o disapprovate sotto la specie della eternit, ma debbono essere esaminate sotto la specie del rapporto diretto fra di loro, della mentalit dello stato di economia, delle forze spirituali di un determinato popolo. (Una voce grida: "Viva Mazzini!"). Questo in tesi di massima. Ora io penso che si possa rinnovare profondamente il regime, lasciando da parte la istituzione monarchica. In fondo, e mi riferisco al grido dell'amico, lo stesso Mazzini, repubblicano, maestro di dottrine repubblicane, non ha ritenuto incompatibili le sue dottrine col patto monarchico della unit italiana. L'ha subto, l'ha accettato. Non era il suo ideale, ma non si pu sempre trovare l'ideale.
Noi, dunque, lasceremo in disparte, fuori del nostro gioco, che avr altri bersagli visibilissimi e formidabili, l'Istituto monarchico, anche perch pensiamo che gran parte dell'Italia vedrebbe con sospetto una trasformazione del regime che andasse fino a quel punto. Avremmo forse del separatismo regionale poich succede sempre cos. Oggi molti sono indifferenti di fronte alla monarchia; domani sarebbero, invece, simpatizzanti, favorevoli e si troverebbero dei motivi sentimentali rispettabilissimi per attaccare il fascismo che avesse colpito questo bersaglio.
In fondo io penso che la monarchia non ha alcun interesse ad osteggiare quella che ormai bisogna chiamare la rivoluzione fascista. Non  nel suo interesse, perch se lo facesse, diverrebbe subito bersaglio, e, se diventasse bersaglio,  certo che noi non potremmo risparmiarla perch sarebbe per noi una questione di vita o di morte. Chi pu simpatizzare per noi non pu ritirarsi nell'ombra. Deve rimanere nella luce. Bisogna avere il coraggio di essere monarchici. Perch noi siamo repubblicani? In certo senso perch vediamo un monarca non sufficentemente monarca. La monarchia rappresenterebbe, dunque, la continuit storica della nazione. Un compito bellissimo, un compito di una importanza storica incalcolabile.
D'altra parte bisogna evitare che la rivoluzione fascista metta tutto in gioco. Qualche punto fermo bisogna lasciarlo, perch non si dia la impressione al popolo che tutto crolla, che tutto deve ricominciare, perch allora alla ondata di entusiasmo del primo tempo succederebbero le ondate di panico del secondo e forse ondate successive, che potrebbero travolgere la prima. Ormai le cose sono molto chiare. Demolire tutta la superstruttura socialistoide-democratica.
Avremo uno Stato che far questo semplice discorso: "Lo Stato non rappresenta un partito, lo Stato rappresenta la collettivit nazionale, comprende tutti, supera tutti, protegge tutti e si mette contro chiunque attenti alla sua imprescrittibile sovranit". (Fragorosi, prolungati applausi).
Questo  lo Stato che deve uscire dall'Italia di Vittorio Veneto. Uno Stato che non d localmente ragione al pi forte; uno Stato non come quello liberale, che in cinquant'anni non ha saputo attrezzarsi una tipografia per fare un suo giornale quando vi sia lo sciopero generale dei tipografi; uno Stato che  in bala della onnipotenza, della fu onnipotenza socialista; uno Stato che crede che i problemi siano risolvibili soltanto dal punto di vista politico, perch le mitragliatrici non bastano se non c' lo spirito che le faccia cantare. Tutto l'armamentario dello Stato crolla come un vecchio scenario di teatro da operette, quando non ci sia la pi intima coscienza di adempire ad un dovere, anzi ad una missione. Ecco perch noi vogliamo spogliare lo Stato da tutti i suoi attributi economici. Basta con lo Stato ferroviere, con lo Stato postino, con lo Stato assicuratore. Basta con lo Stato esercente a spese di tutti i contribuenti italiani ed aggravante le esauste finanze dello Stato italiano. Resta la polizia, che assicura i galantuomini dagli attentati dei ladri e dei delinquenti; resta il maestro educatore delle nuove generazioni; resta l'esercito, che deve garantire la inviolabilit della Patria e resta la politica estera. (Applausi).
Non si dica che cos svuotato lo Stato rimane piccolo. No! Rimane grandissima cosa, perch gli resta tutto il dominio degli spiriti, mentre abdica a tutto il dominio della materia. (Ovazione prolungata).
Ed ora, o amici, io credo di avere parlato abbastanza (grida di: "No! No!") e questa mia opinione ritengo sia condivisa anche da voi.
Cittadini!
Io vi ho sinteticamente esposto le mie idee. Bastano, a mio avviso, a individuarle. Del movimento si chiedono sempre i connotati, ma pi connotati di cos....
Se non bastasse questa nostra mentalit, c' il nostro metodo, c' la nostra attivit quotidiana che non intendiamo di rinnegare, pur vigilando che non esageri, non trascenda e non danneggi il fascismo. E quando dico queste parole le dico con intenzione, perch se il fascismo fosse un movimento come tutti gli altri, allora il gesto dell'individuo o del gruppo avrebbe una importanza relativa. Ma il nostro movimento  un movimento che ha dato alla sua ruota fior di sangue vermiglio. Di questo bisogna ricordarsi quando si fa dell'autonomismo e quando si fa della indisciplina. Bisogna pensare ai morti d'ieri soprattutto. Bisogna pensare che tale autonomismo e tale indisciplina possono solleticare anche i bassi miserabili istinti della belva socialpussista, che  vinta, fiaccata, ma che cova ancora segretamente i propositi della riscossa; che noi impediremo con azione collettiva e col tener sempre la nostra spada asciutta. In fondo i romani avevano ragione: "Se vuoi la pace, dimostra di essere preparato alla guerra". Quelli che non dimostrano di essere preparati alla guerra, non hanno pace e hanno la disfatta e la sconfitta.
Cos noi diciamo a tutti i nostri avversari: "Non basta che voi piantiate troppe bandiere tricolori sui vostri stambugi e circoli vinicoli. Vi vogliamo vedere alla prova. Sar necessario tenervi un po' in una specie di quarantena, politica e spirituale. I vostri capi, che potrebbero reinfettarvi, saranno messi nella condizione di non nuocere". Solo cos, evitando di cadere nel pregiudizio della quantit, noi riusciremo a salvare la qualit e l'anima del nostro movimento, che non  effimero e transitorio, perch dura da quattro anni, e quattro anni, in questo secolo tempestoso, equivalgono a quaranta anni. Il nostro movimento  ancora nella preistoria ed ancora in via di sviluppo e la storia comincia domani. Quello che il fascismo finora ha fatto  opera negativa. Ora bisogna che ricostruisca. Cos si parr la sua nobilitade, cos si parr la sua forza, il suo animo.
Amici!
Io sono certo che i capi del fascismo faranno il loro dovere. Sono anche certo che i gregari lo faranno. Prima di procedere ai grandi compiti, procediamo ad una selezione inesorabile delle nostre file. Non possiamo portarci le impedimenta; siamo un esercito di veliti, con qualche retroguardia di bravi, solidi territoriali. Ma non vogliamo che vi siano in mezzo a noi elementi infidi.
Io saluto Udine, questa cara vecchia Udine, alla quale mi legano tanti ricordi. Per le sue ampie strade sono passate generazioni e generazioni di italiani che erano il fiore purpureo della nostra razza. Molti di questi giovani e giovanetti dormono ora il sonno che non ha pi risveglio nei piccoli cimiteri isolati delle Alpi o nei cimiteri lungo l'Isonzo, tornato fiume sacro d'Italia.
Udinesi! fascisti! italiani!
Raccogliete lo spirito di questi nostri indimenticabili morti e fatene lo spirito ardente della Patria immortale. (Una immensa, triplice ovazione saluta la fine del poderoso discorso. La folla esce quindi lentamente dal teatro tra rinnovate, continue acclamazioni all'Italia, al fascismo, a Mussolini. Catene di camicie nere devono faticare per frenare l'impeto della folla entusiasta, che vuole accostare Mussolini e stringergli la mano).
 DISCORSO DI CREMONA
Principi! Triar! Avanguardisti! Balilla! Donne fasciste! Popolo lavoratore di Cremona e provincia!
La realt ha superato, come spesso accade, le lusinghiere aspettative. La vostra adunata, o fascisti cremonesi,  la pi solenne fra tutte quelle alle quali ho assistito. Sono venuto fra voi non per pronunciare un discorso, poich la eloquenza mi d un senso irresistibile di fastidio; sono venuto ad esprimervi di persona la mia solidariet, che va dal vostro magnifico capo Roberto Farinacci all'ultimo squadrista. (Prolungati applausi). Qui, in tempi che ormai possono dirsi remoti, furono agitate delle grandi idee; qui sorse una democrazia, che ebbe il suo periodo di splendore prima di diventare slombata e rammollita ai piedi del socialpussismo. E malgrado il fierissimo dissidio che ci separ dopo la guerra, io non posso non ricordare un'altra nobile figura espressa della vostra terra, feconda di messi e di spiriti: parlo di Leonida Bissolati. (Scroscianti applausi).
Coloro che sulla falsariga di informazioni tendenziose e bugiarde parlano di uno schiavismo agrario, dovrebbero venire a vedere coi propr occhi questa folla di autentici lavoratori, di gente del popolo, con le spalle, i garretti, le braccia abbastanza solide per portare le fortune sempre maggiori della Patria. (Grandi applausi).
Solo da canaglie e da criminali noi possiamo essere tacciati di nemici delle classi lavoratrici; noi che siamo figli di popolo; noi che abbiamo conosciuto la rude fatica delle braccia; noi che abbiamo sempre vissuto fra la gente del lavoro, che  infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla! (Unanimi e prolungati applausi). Ma appunto perch siamo figli di popolo non vogliamo ingannare il popolo, non vogliamo mistificarlo, promettendogli cose irraggiungibili, pure prendendo solenne, formale impegno di tutelarlo nella rivendicazione dei suoi giusti diritti e dei suoi legittimi interessi. (Applausi).
Vedendo passare le vostre squadre, disciplinate, fervide di energia, di passione; vedendo passare i piccoli Balilla, che rappresentano la primavera ancora acerba della vita; poi gli squadristi, che sono nel pieno della giovinezza; finalmente gli uomini dalla solida virilit, non esclusi i vecchi, io mi dicevo che la gamma della razza  perfetta, in quanto abbraccia la fase prima e la fase ultima della vita.
Ebbene, o fascisti, principi e triar! Grandi compiti ci aspettano. Quello che abbiamo fatto  poco a paragone di quello che dobbiamo fare. C' gi un contrasto vivo, drammatico, sempre pi palpitante di attualit fra una Italia di politicanti imbelli e l'Italia sana, forte, vigorosa, che si prepara a dare il colpo di scopa definitivo a tutti gli insufficenti, a tutti i ribaldi, a tutti i mestieranti, a tutta la schiuma infetta della societ italiana. (Fragorosi applausi. Voci: "Roma! Roma!").
N si illudano gli avversari. Supponevano nell'infausto '19, quando noi, qui in Cremona ed in tutta Italia, eravamo un manipolo di uomini, supponevano, per lusingare la loro immensa vilt, che il fascismo sarebbe stato un fenomeno passeggero. Orbene, il fascismo vive da quattro anni ed ha dinanzi a s il compito necessario per riempire un secolo. N si illudano gli avversari di poter fiaccare la nostra compagine, perch noi vogliamo sempre pi renderla compatta, disciplinata, militare, affiatata, attrezzata per tutte le eventualit, perch, o amici, se sar necessario un colpo risolutivo, tutti, dal primo all'ultimo - e guai al disertore od al traditore, ch sar colpito! - tutti, dal primo all'ultimo, faranno il loro preciso dovere. Insomma, noi vogliamo che l'Italia diventi fascista! (Clamorosi applausi).
Ci  semplice. Ci  chiaro. Noi vogliamo che l'Italia diventi fascista, poich siamo stanchi di vederla all'interno governata con princip e con uomini che oscillano continuamente fra la negligenza e la vilt; e siamo, soprattutto, stanchi di vederla considerata all'estero come una quantit trascurabile.
Che cosa  quel brivido sottile che vi percorre le membra quando sentite le note della Canzone del Piave? Gli  che il Piave non segna una fine: segna un principio! ("Bene!").  dal Piave;  da Vittorio Veneto;  dalla Vittoria, sia pure mutilata dalla diplomazia imbelle, ma gloriosissima;  da Vittorio Veneto che si dipartono i nostri gagliardetti.
 dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziata la marcia che non pu fermarsi fino a quando non abbia raggiunto la meta suprema: Roma! (Entusiastici applausi). E non ci saranno ostacoli, n di uomini, n di cose che potranno fermarci! (Nuovi generali applausi).
Ed ora, popolo fascista di Cremona, io voglio ringraziarti per le accoglienze che mi hai tributato. Io so e mi piace di pensare che non a me andavano gli onori, ma all'idea, alla nostra causa, che  stata consacrata da tanto sangue purpureo della migliore giovent italiana. Abbiti, o popolo di Cremona, il mio ringraziamento cordiale e fraterno, ed abbracciando il mio vecchio e fedele amico Farinacci, io abbraccio tutto il fascismo cremonese al grido di "Viva il fascismo! Viva l'Italia!". (Mussolini abbraccia, infatti, e bacia su entrambe le gote l'on. Farinacci, il quale ricambia l'uno e gli altri con intensa commozione. Gi nella piazza si applaude e si inneggia ad entrambi in modo impressionante. Mussolini si ritira, ma la folla immensa lo chiama a gran voce, disperatamente, ed egli  costretto a ripresentarsi per due volte al balcone).
 DAL MALINCONICO TRAMONTO LIBERALE
ALL'AURORA FASCISTA DELLA NUOVA ITALIA
Ho accettato di venire a parlare questa sera al gruppo Sciesa per un triplice ordine di motivi: un motivo sentimentale, un motivo personale ed un motivo politico. Un motivo sentimentale, perch volevo tributare il mio attestato di ammirazione e di devozione profonda ai nostri indimenticabili magnifici caduti, Melloni, Tonoli e Crespi; i primi due della vostra squadra, il terzo della Sauro. Io li ricordo perfettamente. Poi ho accettato di parlare per il carattere che il gruppo ha voluto dare a questa celebrazione. Finalmente, data l'attesa generale che tiene sospesi gli animi di tutti gli italiani nel presagio di qualche avvenimento che dovr arrivare, non volevo mancare l'occasione di precisare alcuni punti di vista; precisazione necessaria nel tormentoso periodo che attraversiamo.
Voi sentite, a giudicare dal vostro atteggiamento austero e silenzioso, che se la materia  corrompibile, lo spirito  immortale.
Voi sentite, stasera, che in questo piccolo ambiente aleggia ancora lo spirito dei nostri caduti. Sono presenti. Noi sentiamo la loro presenza. Poich l'anima non pu morire. E sono caduti nell'azione pi eroica compiuta dal fascismo italiano nei quattro anni della sua storia.
Poich molte volte, quando i fascisti si sono precipitati a distruggere col ferro e col fuoco i covi della ribalda e vile delinquenza socialcomunista, non hanno visto che le schiene in fuga; ma gli squadristi della Sciesa ed i due caduti che qui ricordiamo e tutti gli squadristi del Fascio Milanese sono andati all'assalto dell'Avanti! come sarebbero andati all'assalto di una trincea austriaca. Hanno dovuto varcare dei muri, spezzare dei reticolati, sfondare delle porte, affrontare del piombo rovente che gli assaliti gettavano con le loro armi. Questo  eroismo. Questa  violenza. Questa  la violenza che io approvo, che io esalto. Questa  la violenza del fascismo milanese. Ed il fascismo italiano - io parlo ai fascisti di tutta Italia - dovrebbe farla sua.
Non la piccola violenza individuale, sporadica, spesso inutile, ma la grande, la bella, la inesorabile violenza delle ore decisive.
 necessario, quando il momento arriva, di colpir con la massima decisione e con la massima inesorabilit. Non dovete credere che qui mi facciano velo i sentimenti di simpatia fortissima che io ho per il fascismo milanese: ma  soprattutto l'amore che io porto alla nostra causa.
Quando una causa  santificata da tanto sangue purissimo di giovani, questa causa non deve venire in nessun modo ed a nessun costo infangata.
Eroi sono stati i nostri amici! La loro gesta  stata guerriera. La loro violenza santa e morale. Noi li esaltiamo. Noi li ricordiamo. Noi li vendicheremo. Non possiamo accettare la morale umanitaria, la morale tolstoiana, la morale degli schiavi. Noi, in tempi di guerra, adottiamo la formula socratica: "Superare nel bene gli amici, superare nel male i nemici!".
La nostra linea di condotta  correttissima. Chi ci fa del bene, avr del bene; chi ci fa del male, avr del male. I nostri nemici non potranno lagnarsi se, essendo nemici, saranno trattati duramente, come duramente devono essere trattati i nemici. Siamo in un periodo storico di crisi che accelera ogni giorno i suoi tempi. Lo sciopero generale, che fu stroncato dal sacrificio di sangue dei fascisti,  un episodio che si inquadra nella crisi generale.
Il dissidio  fra nazione e Stato. L'Italia  una nazione. L'Italia non  uno Stato. L'Italia  una nazione, poich, dalle Alpi alla Sicilia, c' una unit fondamentale dei nostri costumi; c' una unit fondamentale del nostro linguaggio, della nostra religione. La guerra combattuta dal '15 al '18 consacra tutte queste unit e se queste unit formidabili bastano a caratterizzare la nazione, la nazione italiana esiste: piena di risorse, potentissima, lanciata verso un glorioso destino.
Ma alla nazione deve darsi lo Stato. E lo Stato non c'. Oggi il giornale che rappresenta il liberalismo in Italia - il giornale pi diffuso in Italia, e che perci qualche volta ha fatto molto male agli italiani sostenendo tesi assurde - constatava che in Italia ci sono due governi e quando ce ne sono due, ce n' uno di pi. Lo Stato di ieri e lo Stato di domani. "Occorre un governo", diceva oggi il Corriere della Sera. Siamo d'accordo. Occorre un governo.
Ma ci sono in questi giorni due episod sintomatici che dimostrano che lo Stato fascista  infinitamente migliore dello Stato liberale e che perci lo Stato fascista  degno di ricevere l'eredit dello Stato liberale. Due episod: uno in cui entra la piet ed un altro in cui entra la legge.
A San Terenzio di Spezia, se i morti sono stati sepolti tutti, se i feriti sono stati portati tutti all'ospedale, se il paese  stato ripulito dalle macerie, se i mobili ed i beni sono stati salvaguardati dagli sciacalli umani, se San Terenzio potr rivivere, se il rancio  stato distribuito ai soldati in tempo utile, lo si deve allo Stato fascista. Ed il sindaco di Lerici - che non risulta essere fascista - non manda un telegramma a Facta, ma ne manda uno, traboccante di riconoscenza, a Mussolini, come avrete appreso dal Popolo d'Italia.
Qui siamo nel campo della piet, della solidariet nazionale ed umana.
Saltiamo a Bolzano. Siamo nel campo della legge e del diritto italiano. Chi li ha tutelati? Il fascismo. Chi ha imposto l'italianit in una citt che deve essere italiana? Il fascismo! Chi ha bandito quel Perathoner che per quattro anni ha tenuto in iscacco cinque ministeri italiani?
 stato il fascismo, che ha dato una scuola agli italiani, una chiesa agli italiani, un senso di dignit agli italiani nell'Alto Adige! Chi ha collocato il busto del re nell'aula consiliare? (Il re, passando da Bolzano, se n'era dimenticato: evidentemente non ci teneva!). Il fascismo!
I tedeschi sono meravigliati e stupiti di vedersi dinanzi la giovent fascista, che  bella fisicamente ed  magnifica moralmente. Hanno l'aria di domandarsi, questi tedeschi che popolano abusivamente il territorio italiano: "Che Italia  questa?". Noi rispondiamo: "Voi, tedeschi, attraverso i ministeri della disfatta e della mala pace, eravate abituati all'Italia di Abba Garima: dovete famigliarizzarvi con l'Italia di Vittorio Veneto, che  una Italia di qualit, di forza, di energia, che dice: Al Brennero ci siamo e ci resteremo! Non vogliamo andare ad Innsbruck; ma non pensate affatto che Germania ed Austria possano ritornare mai pi a Bolzano!".
Questo  lo Stato fascista quale si rivela agli occhi degli italiani in due momenti tipici della cronaca attuale: il disastro di San Terenzio e la occupazione fascista di Bolzano.
I cittadini si domandano: "Quale Stato finir per dettare la sua legge agli italiani?". Noi non abbiamo nessun dubbio a rispondere: "Lo Stato fascista!".
Il Corriere della Sera dice: "Bisogna far presto!". Siamo d'accordo! Una nazione non pu vivere tenendo nel suo seno due Stati, due governi, uno in atto, uno in potenza. Ma quali sono le vie per arrivare a dare un governo alla nazione? Diciamo governo; ma quando noi diciamo Stato intendiamo qualche cosa di pi. Intendiamo lo spirito, non soltanto la materia inerte ed effimera! Ci sono due mezzi, o signori: se a Roma non sono diventati tutti rammolliti, dovrebbero convocare la Camera ai primi di novembre, far votare la legge elettorale riformata, convocare il popolo a comizio entro dicembre. Poich la crisi Facta, come invoca il Corriere, non potrebbe spostare la situazione.
Fate trenta crisi al Parlamento italiano, cos come  oggi, ed avrete trenta reincarnazioni del signor Facta. Se il Governo, o signori, non accetta questa strada, allora noi siamo costretti ad imboccare l'altra. Vedete che il nostro gioco ormai  chiaro. D'altra parte non  pensabile pi, quando si tratta di dare l'assalto ad uno Stato, la piccola congiura che rimane segreta s e no fino al momento dell'attacco. Noi dobbiamo dare degli ordini a centinaia di migliaia di persone, e pretendere di conservare il segreto sarebbe la pi assurda delle pretese e delle speranze. Noi giochiamo a carte scoperte fino al punto in cui  necessario di tenerle scoperte. E diciamo: "C' un'Italia che voi, governanti liberali, non comprendete pi. Non la comprendete per la vostra mentalit arretrata, non la comprendete per il vostro temperamento statico, non la comprendete perch la politica parlamentare vi ha inaridito lo spirito. L'Italia che  venuta dalle trincee  un'Italia forte, un'Italia piena di impulsi, di vita".
 un'Italia che vuole iniziare un nuovo periodo di storia. Il contrasto  quindi plastico, drammatico, fra l'Italia di ieri e la nostra Italia.
L'urto appare inevitabile. Si tratta ora di elaborare le nostre forze, i nostri valori, di preparare le nostre energie, di coordinare i nostri sforzi perch l'urto sia vittorioso per noi. E del resto su di ci non pu esservi dubbio.
Ormai lo Stato liberale  una maschera dietro la quale non c' nessuna faccia.  una impalcatura; ma dietro non c' nessun edificio. Ci sono delle forze; ma dietro di esse non c' pi lo spirito. Tutti quelli che dovrebbero essere a sostegno di questo Stato, sentono che esso sta toccando gli estremi limiti della vergogna, della impotenza e del ridicolo.
D'altra parte, come dissi ad Udine, noi non vogliamo mettere tutto in gioco, perch non ci presentiamo come i redentori del genere umano, n promettiamo niente di speciale agli italiani. Anzi, pu essere che noi imporremo una pi dura disciplina agli italiani e dei sacrifici. Pu darsi che noi li imporremo tanto alla borghesia quanto al proletariato, perch c' un proletariato infetto, come c' una borghesia pi infetta ancora.
C' un proletariato che merita di essere castigato per poi dargli la possibilit di redenzione, e c' una borghesia che ci detesta, che tenta di gettare la confusione nelle nostre file, che paga tutti i fogli che fanno opera di calunnia antifascista; una borghesia che si  gettata fino a ieri ignobilmente ai piedi delle forze antinazionali; una borghesia verso la quale noi non avremo un brivido di piet.
Siamo circondati da nemici: ci sono i nemici palesi e quelli occulti. I nemici palesi vivono nei cosiddetti partiti sovversivi, che ormai si sono specializzati nell'agguato e nella imboscata assassina.
Ma ci sono dei nemici ambigui, che, sotto il tricolore e sotto bandiere analoghe, cercano di ferire il movimento fascista, di insinuarsi nelle nostre file, di creare dei simulacri di organismi per indebolire il movimento nostro proprio nella fase in cui  necessario di tenerlo maggiormente compatto ed unito.
Ora bisogna dire che se non avremo remissione per coloro che ci attaccano dietro le siepi, non avremo nemmeno remissione per coloro che ci attaccano con ambiguit. Quando al quadrante della storia battono le grandi ore, bisogna parlare da contadini: semplicemente, duramente, schiettamente e lealmente.
Non abbiamo grandi ostacoli da superare, perch la nazione attende, la nazione spera in noi. La nazione si sente rappresentata da noi. Certamente non possiamo promettere l'albero della libert sulle pubbliche piazze; non possiamo dare la libert a coloro che ne profitterebbero per asassinarci. Qui  la stoltezza dello Stato liberale: che d la libert a tutti, anche a coloro che se ne servono per abbatterlo. Noi non daremo questa libert. Nemmeno se la richiesta di questa libert fosse avvolta nella vecchia carta stinta degli immortali princip!
Infine, quello che ci divide dalla democrazia non sono gli ammennicoli elettorali. La gente vuole votare? Ma voti! Votiamo tutti fino alla noia e fino alla imbecillit! Nessuno vuol sopprimere il suffragio universale.
Ma faremo una politica di severit e reazione. Questi termini non ci fanno paura. Se si dir dagli organi rappresentativi della democrazia che noi siamo reazionari, non ci adonteremo affatto. Perch quel che ci divide dalla democrazia  la mentalit,  lo spirito. La storia non  un itinerario obbligato: la storia  tutta contrasti,  tutta vicende; non ci sono secoli di tutta luce e secoli di tutte tenebre. Non si pu trasportare il fascismo fuori d'Italia, come non si  potuto trasportare il bolscevismo fuori dalla Russia.
Dividiamo gli italiani in tre categorie: gli italiani "indifferenti", che rimarranno nelle loro case ad attendere; i "simpatizzanti", che potranno circolare; e finalmente gli italiani "nemici", e questi non circoleranno.
Non prometteremo nulla di speciale. Non assumeremo atteggiamenti di missionari che portano la verit rivelata. Non credo che i nemici ci opporranno ostacoli ser. Il sovversivismo  a terra. Voi vedete il congresso di Roma. Quale cosa pietosa  stata! Quando leader di un congresso diventa un Buffoni qualunque, come quell'avvocato di Busto o di altro paese che sia, voi capite che siamo gi all'ultimo gradino della scala. C'era un socialismo. Oggi ce ne sono quattro, con tendenza ad aumentare. E quel che pi conta, ognuno di costoro intende di essere il rappresentante dell'autentico socialismo. Il proletariato non pu che sbandarsi.  sfiduciato, schifato dal contegno dei socialisti. Ho gi detto, del resto, che il socialismo non  soltanto tramontato nel partito:  tramontato nella filosofia e nella dottrina. Ci vogliono gli italiani ed in genere gli occidentali a bucare con gli spilli della loro logica le grottesche vesciche del socialismo internazionale.
Forse, vista la cosa sotto l'aspetto storico,  una lotta fra l'Oriente e l'Occidente: fra l'Oriente famoso, caotico, rassegnato (vedi la Russia) e noi, popolo occidentale, che non ci lasciamo trasportare eccessivamente dai voli della metafisica e che siamo assetati di concrete, dure realt.
Gli italiani non possono essere a lungo mistificati da dottrine asiatiche, assurde e criminose nella loro applicazione pratica e concreta. Questo  il senso del fascismo italiano, il quale rappresenta una reazione all'andazzo democratico per cui tutto doveva essere grigio, mediocre, uniforme, livellatore; in cui, dal capo supremo dello Stato all'ultimo usciere di Pretura, si faceva di tutto per attenuare, nascondere, rendere fugace e transitoria l'autorit dello Stato. Dal re, troppo democratico, all'ultimo funzionario, noi abbiamo subto le conseguenze di questa concezione falsa della vita.
La democrazia credeva di rendersi preziosa presso le masse popolari e non comprendeva che le masse popolari disprezzano coloro che non hanno il coraggio di essere quello che devono essere. Tutto questo la democrazia non ha capito. La democrazia ha tolto lo "stile" alla vita del popolo. Il fascismo riporta lo "stile" nella vita del popolo: cio una linea di condotta; cio il colore, la forza, il pittoresco, l'inaspettato, il mistico; insomma, tutto quello che conta nell'animo delle moltitudini.
Noi suoniamo la lira su tutte le corde: da quella della violenza a quella della religione, da quella dell'arte a quella della politica. Siamo politici e siamo guerrieri. Facciamo del sindacalismo e facciamo anche delle battaglie nelle piazze e nelle strade. Questo  il fascismo cos come fu concepito e come fu attuato e come  attuato, soprattutto, a Milano.
Bisogna, o amici, mantenere questo privilegio. Tenere sempre il fascismo magnifico in questa linea meravigliosa di forza e di saggezza. Non abbandonarsi alla imitazione; poich quello che  possibile in una data plaga agricola, in un dato momento, in un dato ambiente, non  possibile a Milano. Qui la situazione  stata capovolta pi per maturazione spontanea di eventi che per violenza di uomini o di cose. Qui il nostro dominio si afferma sempre pi solido, sicuro, effettivo. Ed allora, o amici, noi dobbiamo prepararci con animo puro, forte, sgombro di preoccupazioni ai compiti che ci aspettano.
Domani,  assai probabile,  quasi certo, tutta la impalcatura formidabile di uno Stato moderno sar sulle nostre spalle. Non sar soltanto sulle spalle di pochi uomini: sar sulle spalle di tutto il fascismo italiano.
E milioni di occhi, spesso malevoli, e milioni di uomini, anche oltre le frontiere, ci guarderanno. E vorranno vedere come funzionano le nostre gerarchie; vorranno vedere come si amministrer la giustizia nello Stato fascista, come si tutelano i galantuomini, come si fa la politica estera, come si risolvono i problemi della scuola, della espansione, dell'esercito.
Ed ognuno che sia colto in fallo riverberer il suo fallo e la sua vergogna su tutta la gerarchia dello Stato e, necessariamente, del fascismo.
Avete voi, o amici, la sensazione esatta di questo compito formidabile che ci attende? Siete voi preparati spiritualmente a questo trapasso? Credete voi che basti soltanto l'entusiasmo? Non basta!  necessario, per, perch l'entusiasmo  una forza primitiva e fondamentale dello spirito umano. Non si pu compiere nulla di grande se non si  in istato di amorosa passione, in istato di misticismo religioso. Ma non basta. Accanto al sentimento ci sono le forze raziocinanti del cervello. Io credo che il fascismo, nella crisi generale di tutte le forze della nazione, abbia i requisiti necessari per imporsi e per governare. Non secondo la demagogia, ma secondo la giustizia.
Ed allora, governando bene la nazione, indirizzandola verso i suoi destini gloriosi, conciliando gli interessi delle classi senza esasperare gli odii degli uni e gli egoismi degli altri, proiettando gli italiani come una forza unica verso i compiti mondiali, facendo del Mediterraneo il lago nostro, alleandoci, cio, con quelli che nel Mediterraneo vivono, ed espellendo coloro che del Mediterraneo sono i parassiti; compiendo questa opera dura, paziente, di linee ciclopiche, noi inaugureremo veramente un periodo grandioso della storia italiana.
Cos ricorderemo i nostri morti; cos onoreremo i nostri morti; cos li iscriveremo nel libro d'oro dell'aristocrazia fascista.
Indicheremo i loro nomi alle nuove generazioni, ai bambini che vengono su e rappresentano la primavera eterna della vita che si rinnova. Diremo: "Grande fu lo sforzo, duro il sacrificio e purissimo il sangue che fu versato; e non fu versato per salvaguardare interessi di individui o di caste o di classi; non fu versato in nome della materia; ma fu versato in nome di una idea, in nome dello spirito, in nome di quanto di pi nobile, di pi bello, di pi generoso, di pi folgorante pu contenere un'anima umana. Vi domandiamo di ricordare ogni giorno, con l'esempio, i nostri morti; di essere degni del loro sacrificio; di compiere quotidianamente il vostro esame di coscienza".
Amici, io ho fiducia in voi! Voi avete fiducia in me! In questo mutuo leale patto  la garanzia,  la certezza della nostra vittoria! Viva l'Italia! Viva il fascismo! Onore e gloria ai nostri martiri! (Una triplice salve di applausi ha accolto la fine del quadrato discorso del nostro Direttore).
 CIRCOLO VIZIOSO
Da ogni parte si grida con una concitazione che rivela la innegabile gravit del momento: "Cos non si pu andare avanti! La nazione non pu ospitare due governi, anzi due Stati. Bisogna dare un solo governo alla nazione".
Perfettamente. Il postulato ci trova pienamente consenzienti. Anche noi, con maggiore diritto di tutti gli altri, ci uniamo al coro e diciamo: occorre un governo per la nazione. Ma questo universale riconoscimento di una necessit che moltiplica la sua urgenza di giorno in giorno, e si potrebbe dire d'ora in ora, non basta. L'importante  di stabilire come si fa a dare un nuovo, un unico, un forte governo alla nazione. Qui nasce il disaccordo. Due mentalit stanno di fronte; l'una che guarda al paese, l'altra che tiene precipuamente conto delle forze parlamentari. Si vuole una crisi, perch Facta ha dimostrato la sua insufficenza. Povero Facta! Io che ho scritto parole acerbe su di lui, sarei, ora, tentato di tesserne l'apologia.
Quest'uomo che si vuole defenestrare, non  un vanitoso, non  un procacciante, non ha voluto il potere, non ha fatto nulla per ottenerlo. Lo hanno messo al Viminale a viva forza. Poich tutti rifiutavano, egli ha dovuto fare il Cireneo.
Un Governo che reca fin dalla nascita queste stigmate, non pu essere, non sar mai forte, anche se per avventura lo componessero uomini di una tempra assai pi dura. Al posto di Facta ci doveva essere Meda. Ma il pingue deputato lombardo ha fatto per viltade il gran rifiuto. Non  il fascismo, sibbene l'ignobile Parlamento italiano che - abbattendolo e quindi resuscitandolo - ha esautorato in maniera irreparabile e sin dal bel principio il ministero Facta. Il ministero Facta e l'attuale Camera si condizionano a vicenda. Ragione per cui l'attuale Camera non potr dare che un ministero Facta, anche se si cambier la persona del presidente del Consiglio. L'on. Giolitti, malgrado la sua lunga esperienza di uomini e di cose, non potrebbe fare, nei confronti del fascismo, che una politica "factiana". Ci sono dei precedenti. Quando nel giugno-luglio dell'anno scorso i socialisti tentarono a Montecitorio di imporre al Governo una linea di condotta antifascista, fu proprio l'on. Giolitti a dichiarare che non si poteva pensare a provvedimenti di polizia contro un movimento che annoverava allora 156 mila iscritti, mentre oggi ne ha almeno tre volte tanti.
Un nuovo ministero, sia pure presieduto da Giolitti, non pu fare una politica di antifascismo. Vero  che gli zelatori della crisi non la chiedono questa reazione, anche perch ne avvertono, oltre gli enormi pericoli, la pratica impossibilit.
Si pensa allora di girare l'ostacolo proponendo questa soluzione: Giolitti con una rappresentanza del fascismo. Questa soluzione, anche parlamentarmente, si presenta di assai difficile attuazione. Un ministero Giolitti pi i fascisti, quale base avrebbe a Montecitorio? Ad ogni modo  inutile perdersi in queste indagini per il semplice motivo che il fascismo non intende di vendere la sua primogenitura ideale per il famoso piatto di lenticchie, che potrebbe consistere in un portafoglio e in un paio di sottoportafogli. (Parlamentarmente, con trentacinque deputati e dovendo accogliere nel ministero, com' naturale, anche i delegati degli altri gruppi, il fascismo non potrebbe avere una pi numerosa rappresentanza).
Date le forze di cui dispone nel paese, il fascismo non pu andare al potere dalla porta di servizio. Per uscire dalla crisi, per risolvere il problema e non soltanto per mettere una ridicola pezza sopra una falla che si allarga ogni giorno di pi, bisogna incamminarsi su una strada diversa. Tutti i pretesti per non convocare la Camera ai primi di novembre sono inconsistenti. Tre o quattro giorni di discussione bastano per riformare la legge, anche perch su taluni punti c' gi l'unanimit di tutti i partiti. Dopo di che si scioglie la Camera e si convocano i comizi elettorali entro il dicembre.
La divisione del Pus  un altro fatto da aggiungere ai precedenti, che denunciano una situazione politica profondamente cangiata. Il Gruppo di destra del Pus allinea ben settanta deputati; ma che cosa e chi rappresentano costoro? Ci troviamo di fronte a quattro partiti socialcomunisti, ognuno dei quali pretende di rappresentare il proletariato;  necessario di vedere, di constatare quale dei quattro abbia maggiore titolo per rivendicare questo diritto.
Il Partito Popolare  scosso da una crisi profonda, che trapela oramai da mille sintomi, i quali vanno dal voto dell'onorevole Boncompagni Ludovisi alla recente lettera dei senatori tesserati nel Partito Popolare.
Situazione cambiata, dunque, e qua e l assolutamente capovolta. Con questo la convocazione dei comizi  pienamente giustificata. Ora, poich bisogna dare un governo solo alla nazione; poich questo governo non pu essere dato dalla Camera attuale, la conclusione che ne segue  logica. Il dilemma del fascismo  di un'attualit sempre pi bruciante. Esso rappresenta un'esigenza improrogabile della coscienza nazionale.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 240, 7 ottobre 1922, IX.
 ESERCITO E FASCISMO
 In una riunione tenutasi a Roma fra alcuni borghesi - borghesi del giornalismo, borghesi della finanza, borghesi della politica, quei borghesi, insomma, che hanno molte ragioni per odiare il fascismo, perch il fascismo si propone di eliminarli e li eliminer! -  intervenuto anche il generale Badoglio. Il generale Badoglio si sarebbe espresso in questi precisi termini: "Al primo fuoco, tutto il fascismo croller".
Noi non chiediamo al generale Badoglio la conferma o la smentita di questa frase, perch sappiamo da fonte ineccepibile che  stata pronunciata.
Del resto, altre notizie la rendono attendibile. Il generale Badoglio, insomma, si sarebbe assunto il compito di affogare nel sangue il fascismo italiano. Questo l'incarico che gli ha dato Taddei. A tale uopo, il generale Badoglio - che non ricopre oggi gradi definiti nella gerarchia militare essendo egli "a disposizione del ministero" - ha cominciato coll'ordinare il richiamo di ufficiali, specialmente del Mezzogiorno e delle Isole, sul cui lealismo il generale crede di potere assolutamente contare. Inoltre si  iniziata una propaganda fra gli ufficiali, intesa a dimostrare che il fascismo minaccia la monarchia e quindi obbligo degli ufficiali  di sparare sui fascisti, anche se, lasciando da parte la dinastia, si trattasse solo di spazzare la miserabile genia politica che ha rovinato la nazione.
Tutta questa preparazione dovrebbe rendere possibile l'esecuzione del massacro in grande stile. Il generale Badoglio s'inganna. Si  gi fatto fuoco sui fascisti. A Sarzana ne caddero quattordici, a Modena otto. Ora, nella zona di Sarzana, il fascismo  cos formidabilmente inquadrato, che dispone di regolari reparti di cavalleria, come documentiamo in questa stessa pagina. Quanto a Modena, il dominio del fascismo  incontrastato.
Noi crediamo che i torbidi propositi del generale Badoglio non avranno mai una realizzazione. L'esercito nazionale non verr contro l'esercito delle "camicie nere" per la semplicissima ragione che i fascisti non andranno mai contro l'esercito nazionale, verso il quale nutrono il pi alto rispetto e ammirazione infinita. Gli ufficiali non dimenticheranno che se la loro divisa non  oggi sputacchiata come lo fu nel biennio 1919-'20; che se possono circolare in divisa liberamente e non gi travestiti in borghese come furono costretti a fare ai tempi del nefando Cagoia; se c', insomma, un'atmosfera cambiata nei riguardi dell'esercito nazionale, lo si deve esclusivamente al fascismo.
Malgrado tutto, noi crediamo che il generale Badoglio si rifiuter al tentativo inutile di fare il carnefice del fascismo italiano.
MUSSOLINI
Da Il Popolo d'Italia, N. 246, 14 ottobre 1922, IX.
 IL DISCORSO DI NAPOLI
Fascisti! Cittadini!
Pu darsi, anzi  quasi certo, che il mio genere di eloquenza determini in voi un senso di delusione, in voi che siete abituati alla foga immaginosa e ricca della vostra oratoria. Ma io, da quando mi sono accorto che era impossibile torcere il collo alla eloquenza, mi sono detto che era necessario ridurla alle sue linee schematiche ed essenziali.
Siamo venuti a Napoli da ogni parte d'Italia a compiere un rito di fraternit e di amore. Sono qui con noi i fratelli della sponda dalmatica tradita, ma che non intende arrendersi (applausi; grida di: "Viva la Dalmazia italiana!"); sono qui i fascisti di Trieste, dell'Istria, della Venezia Tridentina, di tutta l'Italia settentrionale; sono qui anche i fascisti delle isole, della Sicilia e della Sardegna, tutti qui ad affermare serenamente, categoricamente, la nostra indistruttibile fede unitaria che intende respingere ogni pi o meno larvato tentativo di autonomismo e di separatismo.
Quattro anni fa le fanterie d'Italia, maturata a grandezza in un ventennio di travaglio faticoso, le fanterie d'Italia, fra le quali erano vastamente rappresentati i figli delle vostre terre, scattavano dal Piave e dopo avere battuto gli austriaci, con l'ausilio assolutamente irrisorio di altre forze (applausi), si slanciavano verso l'Isonzo; e solo la concezione assurdamente e falsamente democratica della guerra pot impedire che i nostri battaglioni vittoriosi sfilassero sul ring di Vienna e per le arterie di Budapest! (Applausi).
Un anno fa, a Roma, ci siamo trovati in un momento avviluppati da un'ostilit sorda e sotterranea, che traeva le sue origini dagli equivoci e dalle infamie che caratterizzano l'indeterminato mondo politico della capitale. Noi non abbiamo dimenticato tutto ci. Oggi siamo lieti che tutta Napoli, questa citt che io chiamo la grande riserva di salvezza della nazione (applausi), ci accolga con un entusiasmo fresco, schietto, sincero, che fa bene al nostro cuore di uomini e di italiani; ragione per cui esigo che nessun incidente, neppure minimo, turbi la nostra adunata, poich, oltre che delittuoso, sarebbe anche enormemente stupido: esigo che, ad adunata finita, tutti i fascisti che non sono di Napoli abbandonino in ordine perfetto la citt. L'Italia intera guarda a questo nostro convegno perch - lasciatemelo dire senza quella vana modestia che qualche volta  il paravento degli imbecilli - non c' nel dopoguerra europeo e mondiale un fenomeno pi interessante, pi originale, pi potente del fascismo italiano.
Voi certamente non potete pretendere da me quello che si costuma chiamare il grande discorso politico.
Ne ho fatto uno a Udine, un altro a Cremona, un terzo a Milano. Ho quasi vergogna di parlare ancora. Ma data la situazione straordinariamente grave in cui ci troviamo, ritengo opportuno fissare con la massima precisione i termini del problema perch siano altrettanto nettamente chiarite le singole responsabilit.
Insomma noi siamo al punto in cui la freccia si parte dall'arco, o la corda troppo tesa dell'arco si spezza! (Applausi).
Voi ricordate che alla Camera italiana il mio amico Lupi ed io ponemmo i termini del dilemma, che non  soltanto fascista, ma italiano: legalit o illegalit? Conquiste parlamentari o insurrezione? Attraverso quali strade il fascismo diventer Stato? Perch noi vogliamo diventare Stato! Perch il giorno 3 ottobre io avevo gi risolto il dilemma.
Quando io chiedo le elezioni, quando le chiedo a breve scadenza, quando le chiedo con una legge elettorale riformata,  evidente a chiunque che io ho gi scelta una strada. La stessa urgenza della mia richiesta denota che il travaglio del mio spirito  giunto al suo estremo possibile. Avere capito questo, significava avere o non avere la chiave in mano per risolvere tutta la crisi politica italiana.
La richiesta partiva da me, ma partiva anche da un Partito che ha masse organizzate in modo formidabile e che raccoglie tutte le generazioni nuove dell'Italia, tutti i giovani pi belli fisicamente e spiritualmente, che ha un vasto seguito nella vaga ed indeterminata opinione pubblica.
Ma c' di pi, o signori. Questa richiesta avveniva all'indomani dei fatti di Bolzano e di Trento, che avevano svelato ad oculos la paralisi completa dello Stato italiano, e che avevano rivelato, d'altra parte, la efficenza non meno completa dello Stato fascista. Occorreva, o signori, affrettarsi verso di me, perch io non fossi pi ancora agitato dal dilemma interno.
Ebbene: con tutto ci il deficente Governo che siede a Roma, ove accanto al galantomismo bonario ed inutile dell'on. Facta stanno tre anime nere della reazione antifascista (applausi prolungati) - alludo ai signori Taddei, Amendola ed Alessio (urla prolungate di tutto il pubblico; da numerose parti si grida: "Pfui! Pfui! Vergogna! Vergogna!") - questo Governo mette il problema sul terreno della pubblica sicurezza e dell'ordine pubblico!
L'impostazione del problema  fatalmente errata. Degli uomini politici domandano che cosa desideriamo. Noi non siamo degli spiriti tortuosi e concitati. Noi parliamo schiettamente: facciamo del bene a chi ci fa del bene, del male a chi ci fa del male. Che cosa volete, o fascisti? Noi abbiamo risposto molto semplicemente: lo scioglimento di questa Camera, la riforma elettorale, le elezioni a breve scadenza. Abbiamo chiesto che lo Stato esca dalla sua neutralit grottesca, conservata tra le forze della nazione e le forze dell'antinazione. Abbiamo chiesto dei severi provvedimenti di indole finanziaria, abbiamo chiesto un rinvio dello sgombero della zona dalmata ed abbiamo chiesto cinque portafogli pi il Commissariato dell'aviazione.
Abbiamo chiesto precisamente il ministero degli Esteri, quello della Guerra, quello della Marina, quello del Lavoro e quello dei Lavori pubblici. Io sono sicuro che nessuno di voi trover eccessive queste nostre richieste. Ed a completarvi il quadro aggiunger che in questa soluzione legalitaria era esclusa la mia diretta partecipazione al Governo; e dir anche le ragioni che sono chiare alla mente quando pensiate che per mantenere ancora nel pugno il fascismo io debbo avere una vasta elasticit di movimenti anche ai fini, dir cos, giornalistici e polemici.
Che cosa si  risposto? Nulla! Peggio ancora, si  risposto in un modo ridicolo. Malgrado tutto, nessuno degli uomini politici d'Italia ha saputo varcare le soglie di Montecitorio per vedere il problema del paese. Si  fatto un computo meschino delle nostre forze, si  parlato di ministri senza portafogli, come se ci, dopo le prove pi o meno miserevoli della guerra, non fosse il colmo di ogni umano e politico assurdo. Si  parlato di sottoportafogli: ma tutto ci  irrisorio.
Noi fascisti non intendiamo andare al potere per la porta di servizio; noi fascisti non intendiamo rinunciare alla nostra formidabile primogenitura ideale per un piatto miserevole di lenticchie ministeriali! (Applausi vivissimi e prolungati). Perch noi abbiamo la visione, che si pu chiamare storica, del problema, di fronte all'altra visione, che si pu chiamare politica e parlamentare.
Non si tratta di combinare ancora un governo purchessia, pi o meno vitale: si tratta di immettere nello Stato liberale - che ha assolti i suoi compiti che sono stati grandiosi e che noi non dimentichiamo - di immettere nello Stato liberale tutta la forza delle nuove generazioni italiane che sono uscite dalla guerra e dalla vittoria.
Questo  essenziale ai fini dello Stato, non solo, ma ai fini della storia della nazione. Ed allora?
Allora, o signori, il problema, non compreso nei suoi termini storici, si imposta e diventa un problema di forza. Del resto, tutte le volte che nella storia si determinano dei forti contrasti d'interessi e d'idee,  la forza che all'ultimo decide. Ecco perch noi abbiamo raccolte e potentemente inquadrate e ferreamente disciplinate le nostre legioni: perch se l'urto dovesse decidersi sul terreno della forza, la vittoria tocchi a noi. Noi ne siamo degni (applausi); tocca al popolo italiano che ne ha il diritto, che ne ha il dovere, di liberare la sua vita politica e spirituale da tutte quelle incrostazioni parassitarie del passato, che non pu prolungarsi perennemente nel presente perch ucciderebbe l'avvenire. (Applausi).
E allora si comprende perfettamente che i governanti di Roma cerchino di creare degli equivoci e dei diversivi; che cerchino di turbare la compagine del fascismo e cerchino di formare una soluzione di continuit tra l'anima del fascismo e l'anima nazionale; che ci pongano di fronte a dei problemi. Questi problemi hanno il nome di monarchia, di esercito, di pacificazione.
Credetemi, non  per rendere un omaggio al lealismo assai quadrato del popolo meridionale, se io torno a precisare ancora una volta la posizione storica e politica del fascismo nei confronti della monarchia.
Ho gi detto che discutere sulla bont o sulla malvagit in assoluto ed in astratto,  perfettamente assurdo. Ogni popolo, in ogni epoca della sua storia, in determinate condizioni di tempo, di luogo e di ambiente, ha il suo regime.
Nessun dubbio che il regime unitario della vita italiana si appoggia saldamente alla monarchia di Savoia. (Applausi prolungati). Nessun dubbio, anche, che la monarchia italiana, per le sue origini, per gli sviluppi della sua storia, non pu opporsi a quelle che sono le tendenze della nuova forza nazionale. Non si oppose quando concesse lo Statuto, non si oppose quando il popolo italiano - sia pure in minoranza, una minoranza intelligente e volitiva - chiese e volle la guerra. Avrebbe ragione di opporsi oggi che il fascismo non intende di attaccare il regime nelle sue manifestazioni immanenti, ma piuttosto intende liberarlo da tutte le superstrutture che aduggiano la posizione storica di questo istituto e nello stesso tempo comprimono tutte le tendenze del nostro animo?
Inutilmente i nostri avversari cercane di perpetuare l'equivoco.
Il Parlamento, o signori, e tutto l'armamentario della democrazia, non hanno niente a che vedere con l'istituto monarchico. Non solo, ma si aggiunga che noi non vogliamo togliere al popolo il suo giocattolo (il Parlamento). Diciamo "giocattolo" perch gran parte del popolo italiano lo stima per tale. Mi sapete voi dire, per esempio, perch su undici milioni di elettori ce ne sono sei che se ne infischiano di votare? Potrebbe darsi, per, che se domani si strappasse loro il giocattolo, se ne mostrassero dispiacenti. Ma noi non lo strapperemo. In fondo ci che ci divide dalla democrazia  la nostra mentalit,  il nostro metodo. La democrazia crede che i princip siano immutabili in quanto siano applicabili in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni evenienza.
Noi non crediamo che la storia si ripeta, noi non crediamo che la storia sia un itinerario obbligato, noi non crediamo che dopo la democrazia debba venire la superdemocrazia!
Se la democrazia  stata utile ed efficace per la nazione nel secolo XIX, pu darsi che nel secolo XX sia qualche altra forma politica che potenzii di pi la comunione della societ nazionale. ("Bene!"). Nemmeno adunque, lo spauracchio della nostra antidemocrazia pu giovare a determinare quella soluzione di continuit, di cui vi parlavo dianzi.
Quanto poi alle altre istituzioni in cui si impersona il regime, in cui si esalta la nazione - parlo dell'esercito - l'esercito sappia che noi, manipolo di pochi e di audaci, lo abbiamo difeso quando i ministri consigliavano gli ufficiali di andare in borghese per evitare conflitti! (Applausi prolungati).
Noi abbiamo creato il nostro mito. Il mito  una fede,  una passione. Non  necessario che sia una realt.  una realt nel fatto che  un pungolo, che  una speranza, che  fede, che  coraggio. Il nostro mito  la nazione, il nostro mito  la grandezza della nazione! ("Benissimo!").  a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realt completa, noi subordiniamo tutto il resto.
Per noi la nazione  soprattutto spirito e non  soltanto territorio. Ci sono Stati che hanno avuto immensi territor e che non lasciarono traccia alcuna nella storia umana. Non  soltanto numero, perch si ebbero nella storia degli Stati piccolissimi, microscopici, che hanno lasciato documenti memorabili, imperituri nell'arte e nella filosofia.
La grandezza della nazione  il complesso di tutte queste virt, di tutte queste condizioni. Una nazione  grande quando traduce nella realt la forza del suo spirito. Roma  grande quando da piccola democrazia rurale a poco a poco allaga del ritmo del suo Spirito tutta l'Italia, poi si incontra con i guerrieri di Cartagine e deve battersi contro di loro.  la prima guerra della storia, una delle prime. Poi, a poco a poco, porta le aquile agli estremi confini della terra, ma ancora e sempre l'Impero Romano  una creazione dello spirito, poich le armi, prima che dalle braccia, erano puntate dallo spirito dei legionari romani. Ora, dunque, noi vogliamo la grandezza della nazione nel senso materiale e spirituale. Ecco perch noi facciamo del sindacalismo.
Noi non lo facciamo perch crediamo che la massa, in quanto numero, in quanto quantit, possa creare qualche cosa di duraturo nella storia. Questa mitologia della bassa letteratura socialista noi la respingiamo. Ma le masse laboriose esistono nella nazione. Sono gran parte della nazione, sono necessarie alla vita della nazione ed in pace ed in guerra. Respingerle non si pu e non si deve. Educarle si pu e si deve; proteggere i loro giusti interessi si pu e si deve! (Applausi).
Si dice: "Volete dunque perpetuare questo stato di guerriglia civile che travaglia la nazione?". No. In fondo, i primi a soffrire di questo stillicidio rissoso, domenicale, con morti e feriti, siamo noi. Io sono stato il primo a tentare di buttare delle passerelle pacificatrici tra noi ed il cosiddetto mondo sovversivo italiano.
Anzi, ultimamente ho firmato un concordato con lieto animo: prima di tutto, perch mi veniva richiesto da Gabriele d'Annunzio; in secondo luogo, perch era un'altra tappa, o ritengo che sia un'altra tappa, verso la pacificazione nazionale.
Ma noi non siamo, d'altra parte, delle piccole femmine isteriche che sogliono ad ogni minuto allarmarsi di quello che succede.
Noi non abbiamo una visione apocalittica, catastrofica della storia. Il problema finanziario dello Stato, di cui molto si parla,  un problema di volont politica. I milioni e i miliardi li risparmierete se avrete al Governo degli uomini che abbiano il coraggio di dire no ad ogni richiesta. Ma finch non porterete sul terreno politico anche il problema finanziario, il problema non potr essere risolto.
Cos per la pacificazione. Noi siamo per la pacificazione, noi vorremmo vedere tutti gli italiani adottare il minimo comune denominatore che rende possibile la convivenza civile; ma d'altra parte non possiamo sacrificare i nostri diritti, gli interessi della nazione, l'avvenire della nazione a dei criter soltanto di pacificazione che noi proponiamo con lealt, ma che non sono accettati con altrettanta lealt dalla parte avversa. Pace con coloro che vogliono veramente pace; ma con coloro che insidiano noi, e, soprattutto, insidiano la nazione, non ci pu essere pace se non dopo la vittoria!
Ed ora, fascisti e cittadini di Napoli, io vi ringrazio dell'attenzione con la quale avete seguito questo mio discorso. Napoli d un bello e forte spettacolo di forza, di disciplina, di austerit.  bene che siamo venuti da tutte le parti a conoscervi, a vedervi come siete, a vedere il vostro popolo, il popolo coraggioso che affronta romanamente la lotta per la vita, che non crea un argine per il fiume, ed il fiume per un argine, ma vuole rifarsi la vita per conquistare la ricchezza lavorando e sudando, e portando sempre nell'animo accorato la potente nostalgia di questa vostra meravigliosa terra, che  destinata ad un grande avvenire, specialmente se il fascismo non traligner.
N dicano i democratici che il fascismo non ha ragione di essere qui, perch non c' stato il bolscevismo. Qui vi sono altri fenomeni di tristizia politica che non sono meno pericolosi del bolscevismo, meno nocivi allo sviluppo della coscienza politica della nazione.
Io vedo la grandissima Napoli futura, la vera metropoli del Mediterraneo nostro - il Mediterraneo ai mediterranei - e la vedo insieme con Bari (che aveva sedicimila abitanti nel 1805 e ne ha centocinquantamila attualmente) e con Palermo costituire un triangolo potente di forza, di energia, di capacit; e vedo il fascismo che raccoglie e coordina tutte queste energie, che disinfetta certi ambienti, che toglie dalla circolazione certi uomini, che ne raccoglie altri sotto i suoi gagliardetti.
Ebbene, o alfieri di tutti i Fasci d'Italia, alzate i vostri gagliardetti e salutate Napoli, metropoli del Mezzogiorno, regina del Mediterraneo!
(Il capitano Padovani, segretario provinciale politico, si avanza e bacia Mussolini. Egli dice al pubblico: "Bacio Mussolini, duce di oggi e di domani, e formulo l'augurio che i due vertici dei grigioverdi e delle camicie nere possano ricongiungersi sulla medesima strada per raggiungere gli scopi comuni".
Scoppia un applauso fragoroso, interminabile. Tutti sono in piedi ed applaudono al duce del fascismo, il quale si allontana dal palcoscenico tra una selva di gagliardetti e fra grida di "Viva l'Italia! Viva il fascismo!").
(Da Il Popolo d'Italia, N. 255, 25 ottobre 1922, IX).

 LA SITUAZIONE.
La situazione  questa: gran parte dell'Italia settentrionale  in pieno potere dei fascisti. Tutta l'Italia centrale, Toscana, Umbria, Marche, Alto Lazio,  tutta occupata dalle "Camicie Nere". Dove non sono state prese d'assalto le questure e le prefetture, i fascisti hanno occupato stazioni e poste, cio i gangli nervosi della vita della nazione. L'autorit politica - un poco sorpresa e molto sgomentata - non  stata capace di fronteggiare il movimento, perch un movimento di questo genere non si contiene e meno ancora si schiaccia. La vittoria si delinea vastissima, tra il consenso quasi unanime della nazione. Ma la vittoria non pu essere mutilata da combinazioni dell'ultima ora. Per arrivare a una transazione Salandra non valeva la pena di mobilitare. Il Governo dev'essere nettamente fascista.
Il fascismo non abuser della sua vittoria, ma intende che non venga diminuita. Ci sia ben chiaro a tutti. Niente deve turbare la bellezza e la foga del nostro gesto. I fascisti sono stati e sono meravigliosi. Il loro sacrificio  grande e dev'essere coronato da una pura vittoria. Ogni altra soluzione  da respingersi. Comprendano gli uomini di Roma che  ora di finirla coi vieti formalismi mille volte, e in occasioni meno gravi, calpestati. Comprendano che sino a questo momento la soluzione della crisi pu ottenersi rimanendo ancora nell'ambito della pi ortodossa costituzionalit, ma che domani sar forse troppo tardi. L'incoscienza di certi politici di Roma oscilla tra il grottesco e la fatalit. Si decidano! Il fascismo vuole il potere e lo avr!
MUSSOLINI. Da: Il Popolo d'Italia, N. 259, 29 ottobre 1922, IX.
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FINE.